Vladimir Putin sa che la sua Russia non può permettersi di rivaleggiare allo stesso livello con gli Stati Uniti o di implementare una grand strategy globale simile a quelle di Pechino o Washington e punta su un principio di sana realpolitik per amplificare la sua sfera d’influenza. Questo lo si percepisce ampiamente in America latina. Continente in cui la Russia ha interessi politici ed economici ma, per questioni logistiche, geopolitiche e strategiche, non può dispiegarsi massicciamente, dovendo mettere sopra ogni tema il principio della continuità dei propri interessi. Ogni teatro impone scelte condizionate dall’esigenza particolare del momento, e quindi non c’è contraddizione tra il fatto che mentre la Russia molla, almeno in parte, il boliviano Evo Moralesdopo il golpe che lo ha detronizzato dal potere nello stesso periodo ribadisce pieno, convinto e tenace supporto a Nicolas Maduro in Venezuela.

Maduro ha un grande debito nei confronti di Putin e della Russia, principale potenza a sostenerne il mantenimento del potere e primo grande alleato del governo di Caracas, favorito in questi mesi dalla stabile fedeltà dei vertici militari e dalla completa inconsistenza dell’usurpatore sostenuto dall’Occidente, Juan Guaidò. Il principale settore in cui Caracas e Mosca collaborano è quello petrolifero, e ci sono prove chiare che parlano di un manifesto sostegno russo al sempre più asfittico export di greggio da parte del Venezuela e di un aiuto di Mosca per aggirare le pesanti sanzioni statunitensi.

In questi giorni Bloomberg ha riportato che la petroliera liberiana “Dragon”, sotto contratto del colosso russo Rosneft, si troverebbe in Venezuela per caricare un quantitativo di greggio di circa due milioni di barili, sebbene l’azienda che la gestisce, la Dynacom Tankers Management, abbia obiettato di non aver mai gestito affari con nazioni sanzionate dagli Usa.

Fatto sta che da nella prima decade di novembre il Venezuela è riuscito a esportare oltre dieci milioni di barili di greggio, oltre il doppio rispetto allo stesso periodo di ottobre. La “Dragon” ha spento i transponder per il riconoscimento della rotta e l’identificazione Gps il 23 ottobre scorso, e secondo Bloomberg questa tecnica sarebbe stata utilizzata da altre navi da carico per violare il blocco statunitense a Caracas. La proiezione globale delle sanzioni statunitensi e la pretesa di Washington di dar loro valore universale, ancorandosi principalmente alla natura americana della principale valuta di scambio dei commerci, il dollaro, sta causando effetti collaterali imprevisti. Nel 2019 abbiamo assistito al per ora insoddisfacente tentativo dell’amministrazione Trump di inseguire per via sanzionatoria, giudiziairia e politica il colosso cinese Huawei, che non ha impedito all’azienda di Shenzen di proseguire sulla strada del 5G. Analogamente, in Venezuela la Russia riesce a prendere gli Usa in contropiede e a picchettare Maduro. Leader sicuramente incapace di gestire la crisi politica del Paese ma superato per ampiezza dei difetti dall’antagonista Guaidò.

La sinergia tra Rosneft e il colosso venezuelano del petrolio Pdvsa non è chiaramente intesa come gratuita da parte di Mosca. Pdvsa è stata rovinata nel ventennio bolivariano dall’alternarsi di direzioni corrotte, dall’intervento incisivo e disturbante dei militari e dalla mancanza di coordinamento strategico. Necessita di know-how, competenze e, soprattutto, investimenti. Rosneft ha iniziato una scalata interna a Pdvsa che secondo voci potrebbe concludersi con un ingresso diretto nel capitale dell’azienda pubblica del Paese con le maggiori riserve provate al mondo. A ottobre, sottolinea l’agenzia Reuters, Rosneft ha smistato col metodo precedentemente illustrato il 62% dell’export venezuelano (812.775 barili al giorno) verso sue raffinerie in India e Cina. In cambio, Rosneft ha tagliato da 1,1 miliardi a 800 milioni di dollari il debito di Pdvsa nei suoi confronti.Putin mette al sicuro passo dopo passo il petrolio venezuelano. E con pragmatismo e graduale senso strategico infligge a Washington, sicura di strangolare il governo Maduro con le sanzioni, uno schiaffo sonoro.