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Era parso strano in effetti come una società accusata di aver falsificato i bilanci per oltre 2 miliardi di dollari in conti inesistenti nelle Filippine avesse scelto di non nascondere il fatto, usando le ormai celebri parole “probabilmente non esisteranno”. Quell’ultimo Consiglio di amministrazione della finanziaria tedesca con sede ad Asscheim era sembrato una resa, di fronte ad uno scandalo che stava per investire il più grande emittente di carte prepagate d’Europa. Come messo in luce dalle osservazioni fatte in questi giorni dall’organo di vigilanza tedesco – la Bafin – e riportato dal quotidiano tedesco DerSpiegel, però, poteva essere parte integrante dell’ultima frode finanziaria piazzata dallo stesso azionista Jan Marsalek e dall’amministratore delegato Markus Braun. E come messo in luce dallo svolgimento dell’inchiesta, dunque, la resa senza condizioni di Wirecard AG potrebbe trovare una valida spiegazione.

Azioni vendute allo scoperto

Sempre secondo quanto riportato dalla testata tedesca, all’interno di Wirecard AG era chiaro già nella scorsa primavera come la bolla speculativa sui suoi titoli stesse per esplodere. Se nei massimi vertici era però divenuto già evidente come tale condotta non potesse essere protratta a lungo, anche i dipendenti e gli operatori di mercato allora avevano ormai capito che il clima stesse velocemente cambiando. E in questo scenario, guardando anche alla forte impennata negli ultimi mesi della quotazione della società tedesca, è saltato all’occhio un ultimo tentativo, parzialmente riuscito, di frode finanziaria: l’ultima che sarebbe stata messa in atto dalla dirigenza dell’istituto di moneta elettronica: la vendita allo scoperto dei titoli di un’azienda che sarebbe fallita.

Il funzionamento, in fondo, è stato molto semplice e richiama quanto accaduto anche in passato con i debiti pubblici europei (e, in modo particolare, con quello italiano). Avendo pompato il prezzo delle proprie azioni grazie ad un utile di bilancio astronomico (ed inesistente), Marsalek e Braun si sarebbero garantiti la possibilità di vendere un grande numero di azioni allo scoperto al prezzo che il titolo possedeva questa primavera. In questo modo, essi si sono impegnati a trasferire i titoli soltanto alla scadenza naturale del contratto, indipendentemente dal valore attualizzato e con la garanzia che l’acquirente non si sarebbe più potuto tirare indietro.

Una sorta di scommessa che, se pilotata, può diventare molto redditizia, anche se criminale. E infatti, col tracollo del titolo azionario in borsa, lo scenario premeditato da Marsalek e Braun si sarebbe realizzato proprio in seguito all’ultimo Consiglio di amministrazione, col titolo crollato per oltre il 90% del proprio valore e che ha fruttato guadagni colossali.

Il dubbio più grande: Wirecard non si è mai difesa

Come sottolineato precedentemente, Wirecard non ha mai messo in campo nell’ultimo mese un vero tentativo di difendere la propria posizione, arrendendosi a quelle che sono state le evidenze dei fatti. Considerando però le dimensioni dell’azienda e la sua credibilità a livello internazionale la società avrebbe avuto modo di temporeggiare, prendendosi gli spazi per respingere le accuse e nel frattempo lavorare per coprire il buco di bilancio. Tutto ciò, però, non è mai stato tentato ed il suo titolo è stato lasciato solo a se stesso, a sprofondare insieme alla credibilità stessa del titolo e dell’intero comparto finanziario tedesco. Perché?

Proprio questo comportamento, alla fine, ha portato la Bafin a sospettare che anche quest’ultima azione, in fondo, fosse stata premeditata, per dare modo di portare a termine l’ultima truffa messa in piedi da una società che, più che nell’emissione di carte prepagate, traeva il suo business dalla frode finanziaria. E proprio questa chiave di lettura, abbinata all’impossibilità di rintracciare l’ex membro del Consiglio di amministrazione Marsalek, potrebbe portare alla spiegazione del perché il tutto si sia svolto così rapidamente.