Yanis Varoufakis tira dritto, non si ferma di fronte nemmeno alla crescita dell’emergenza coronavirus e pubblica gli “EuroLeaks”, audio e trascrizioni delle riunioni riservate dell’Eurogruppo a cui ha partecipato negli intensi sei mesi passati ricoprendo il ruolo di ministro delle Finanze del governo greco di Alexis Tsipras,dal gennaio al luglio 2015.

Un semestre vissuto da Varoufakis, da Tsipras e dalla Grecia sull’ottovolante, nel tentativo di dare attuazione al mandato elettorale di rinegoziare i termini di accordo con la Commissione Europea e le istituzioni finanziarie internazionali sulla ristrutturazione del debito greco.

Varoufakis contestava, in primo luogo, l’eccessiva durezza dei termini imposti alla Grecia per pacchetti di aiuto e salvataggio che avrebbero finito, in larga misura, per ricapitalizzare le banche private del Paese e, di converso, gli istituti francesi e tedeschi loro creditori. Il terzo pacchetto di salvataggio alla Grecia, quello negoziato da Tsipras e Varoufakis, era messo sotto condizione di termini draconiani (avanzo primario di bilancio pari al 3,5% del Pil, riforme del mercato del lavoro, riforme dei servizi pubblici, riforme del mercato interno, taglio delle pensioni, inasprimento delle tasse) diventati, purtroppo per la Grecia, realtà dopo la capitolazione di Tsipras.

Varoufakis, che dopo le dimissioni ha a lungo tenuto un atteggiamento ambiguo cercando, col senno di poi, legittimazione da quegli ambienti di sinistra europeista che lo avevano a lungo snobbato durante la sua tenuta da ministro, pubblica le dichiarazioni private dei ministri dell’Economia dell’Eurozona che dimostrano un vero e proprio accanimento contro Atene e una cieca accettazione dei dogmi dell’austerità che hanno travolto Atene.

Ascoltando gli EuroLeaks ce n’è per tutti. Il socialista francese Pierre Moscovici, nell’Eurogruppo di Riga di aprile, chiede conto al governo ellenico delle misure per il pignoramento delle case ai debitori e la loro vendita all’asta: “abbiamo visto poca ambizione, in alcune riforme chiave come quella del mercato del lavoro, delle pensioni, o la moratoria sulle aste immobiliari”. Una negazione enorme del diritto umano alla casa che sarebbe sancita come illegale in qualsiasi ordinamento europeo e che Tsipras, dopo l’uscita di scena di Varoufakis, ha invece legittimato.

L’uscita di scena di Varoufakis seguì alla sua extrema ratio per evitare il cedimento alla Troika: il referendum consultivo sull’accettazione del memorandum di aiuti al Paese tenutosi il 5 luglio 2015. Un referendum contestato, secondo gli EuroLeaks, dal ministro dell’Economia italiano Pier Carlo Padoan, che lanciò a Varoufakis velate minacce sulle conseguenze del rifiuto del pacchetto da parte della popolazione ellenica (“intendi illustrare ai greci le conseguenze dell’ esito del referendum, quale esso sia, o pensi di dire che con il referndum si risolva tutto?”).

La somma delle pressioni ricevute dall’economista divenuto ministro giustifica le durissime dichiarazioni da lui esposte a El Mundo alla vigilia del voto: “Quello che stanno facendo con la Grecia ha un nome: terrorismo. […] Perché ci hanno costretto a chiudere le banche? Per instillare la paura nella gente. E quando si tratta di diffondere il terrore, questo fenomeno si chiama terrorismo. Ma confido che la paura non vinca”. Al referendum il “No” al memorandum vinse con un vantaggio talmente ampio da spingere lo stesso Varoufakis alle dimissioni, sotto il peso del successo delle sue idee. Varoufakis si era spinto troppo oltre per il primo ministro Tsipras, favorevole a un qualche tipo di accomodamento con Bruxelles di fronte alla marea montante della pressione comunitaria.

A molti anni di distanza, possiamo solo domandarci perchè Varoufakis non abbia pubblicato prima il suo ampio inventario di registrazioni e trascrizioni dei meeting. Tentativo di non tagliare la strada all’ex compagno di battaglie Tsipras? Timore di conseguenze penali? Opportunismo politico? Pavidità? La realtà dei fatti è che gli EuroLeaks saranno un grande patrimonio informativo per storici e analisti, ma escono in una fase in cui la Grecia è oramai compromessa. Passata dalla pavida sinistra di Tsipras al governo del neoliberista Mitsotakis in una fase in cui la sicurezza sociale, gli stipendi e le pensioni sono state fortemente decurtate. Il semestre sull’ottovolante di Varoufakis non è servito a cambiare il destino di Atene. Ma viene da pensare a cosa sarebbe successo se l’economista ed ex accademico non si fosse dimesso dopo la notte da tregenda del referendum. In cui, per poche ore, il Paese ellenico riuscì a scoprire un orgoglio che pareva dimenticato.

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