Quanto successo nelle ultime settimane, con i tagli unilaterali delle forniture ai Paesi dell’Unione Europea decisi da Pfizer e AstraZenecacase farmaceutiche in testa alla corsa al vaccino anti-Covid nel contesto occidentale, ha ricordato anche ai più ingenui come la partita per il controllo, la produzione e la distribuzione del siero sia delicatissima sotto il profilo diplomatico, economico e geopolitico.

Ebbene, nel contesto europeo troppo a lungo si è tergiversato sulla necessità di affrontare quella che è una situazione sanitaria e politica senza precedenti con i legittimi strumenti a disposizione dei decisori pubblici. Paesi come la Germania lo hanno capito per tempo, provvedendo a accaparrarsi anticipatamente dosi extra dei vaccini sviluppati anche con il loro contributo, mentre l’Italia ha a lungo tergiversato. Ed è mancata per molto tempo non solo un’adeguata strategia vaccinale ma anche una politica pubblica a tutela del comparto farmaceutico e biomedicale nazionale nel contesto della corsa al vaccino.

Va dunque accolto favorevolmente il fatto che dopo i casi delle ultime settimane un discorso in tal senso stia venendo promosso. E che ad esempio lo Stato attraverso il braccio operativo della holding Invitalia stia entrando con un investimento di 81 milioni di euro e una partecipazione del 27% nell capitale della società biomedicale romana Reithera, intenta a produrre l’unico vaccino avente il grosso della filiera di ricerca e produzione sul suolo italiano. Il gruppo di Castel Romano, controllato dalla svizzera Keires, aveva già ricevuto finanziamenti da Regione Lazio, ministero della Ricerca e Istituto Spallanzani, e ora in virtù dell’articolo 34 del decreto Agosto la società pubblica guidata da Domenico Arcuri potrà sostenere gli investimenti di Reithera per colmare i vuoti nelle forniture vaccinali al sistema-Paese.

Reithera impiegherà 69,3 milioni di euro nelle attività di ricerca e sviluppo per la validazione e produzione del vaccino anti-Covid e i rimanenti 11,7 all’ampliamento dello stabilimento di Castel Romano e all’assunzione di 40 nuovi dipendenti. L’obiettivo è raggiungere una capacità produttiva di 100 milioni di dosi all’anno, paragonabili a quella dello stabilimento gallese di AstraZeneca, secondo una scelta che segue le logiche conflittuali emerse nelle ultime settimane. E valorizza la discesa in campo della funzione strategica dello Stato che l’esplosione della pandemia ha fortemente incentivato. Ragionamenti sulla politica industriale, sulla difesa delle filiere critiche nei settori-chiave (in cui biomedicale e farmaceutico rientrano a pieno diritto) e sulla tutela degli asset produttivi nazionali da atti ostili di Paesi o compagnie straniere devono essere incorporati necessariamente dai decisori politici.

E per rispondere a chi mette ancora oggi in campo la dicotomia tra “statalismo” e libero mercato è opportuno sottolineare che le prime nazioni a comportarsi in virtù di una spiccata predilezione per l’opzione “nazionale” sui vaccini sono Paesi come Regno Unito, Stati Uniti e Germania, i cui governi non sono certamente sospettabili di presunti sostegni al dogma dello “Stato padrone”. À la guerre comme à la guerre: non dimentichiamo la lezione di marzo e aprile, in cui l’espressione “economia di guerra” e i ragionamenti sulla riconversione industriale erano sulla bocca di tutti.  

Ora si tratta di armare il braccio operativo dell’industria nazionale per far fronte a una situazione di estrema gravità: il rischio che la rottura dei patti sui vaccini da parte di Big Pharma creino un grave rischio per la sicurezza nazionale e la salute pubblica impone una valorizzazione delle filiere nazionali e, in attesa del loro completo dispiegamento, la copertura dei danni emersi per il taglio alle forniture. Non conosciamo il contenuto degli accordi tra l’Unione Europea e le aziende farmaceutiche produttrici dei vaccini e ci verrebbe da supporre che il motivo di tanta segretezza sia proprio l’assenza di penali sensibilmente rilevanti per comportamenti simili a quelli posti in essere da Pfizer e AstraZeneca, ma una strategia per rimediare ai danni subiti in attesa del completamento dei test da parte del vaccino Reithera esiste.

Quotidiano Sanità ha prospettato di recente una soluzione molto dura ma che avrebbe assolutamente senso dato l’atto ostile dei giganti del farmaco: l’Italia potrebbe chiedere l’attivazione delle “clausole speciali previste in caso di emergenze sanitarie e pandemie dall’articolo 31 dell’Accordo Trips (The Agreement on Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights, in italiano, “Accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale”) sottoscritto dai membri dell’Organizzazione mondiale del Commercio (WTO) che consentono di bypassare i brevetti e concedere licenze obbligatorie per la produzione di farmaci essenziali”, posizione che l’India e il Sudafrica hanno proposto a un recende summit del Wto ma che anche per le grandi economie della Terra potrebbe tornare utile. Sarebbe un approccio più duro di quello seguito dalla Francia, che ha mediato un accordo tra Pfizer e la sua Sanofi per espandere la capacità produttiva del vaccino, ma mancando l’Italia di un campione nazionale di taglia paragonabile la prospettiva di un ingresso in campo dello Stato come attore strategico e “acceleratore” delle dinamiche industriali e produttive del vaccino anti-Covid appare tutt’altro che da disdegnare.

Si pone in sostanza una questione molto simile a quella che a livello mondiale sta emergendo sulla scia del rapporto tra gli Stati e i potentati tecnologici più rilevanti del settore informatico e digitale: come evitare che singole aziende private lucrino rendite di posizione e gli Stati che si muovono dietro di esse vantaggi strategici e geopolitici dalla distorsione delle regole di concorrenza e dalle violazioni di accordi compiute in nome della prospettiva di una sostanziale impunità? L’Italia è ancora in tempo per rimediare a errori e mancanze nella programmazione strategica. Il braccio operativo dello Stato, se sapientemente sfruttato, può accelerare la risposta agli atti ostili di Big Pharma: il vivace e attivo settore farmaceutico e biomedicale nazionale non aspetta altro che essere mobilitato nella corsa allo sviluppo e alla produzione del vaccino. E anche prima dell’avanzamento dei progressi da parte di Reithera, come visto, abbiamo molte frecce al nostro arco.