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Gli Usa corrono, l’Unione Europea arranca: i dati sulle previsione di crescita per il 2021 lasciano intravedere notevoli differenziali nel rilancio delle economie più colpite dagli effetti della pandemia di Covid-19. Da pochi giorni è entrato in vigore il piano di rilancio dell’economia nazionale che inaugura la “Bidenomics”, con cui il nuovo presidente ha messo in campo 1,9 trilioni di dollari per sostenere l’economia colpita dal virus, garantire trasferimenti diretti (helicopter money) alle famiglie a reddito più basso, finanziare la produzione di dispositivi sanitari e asset strategici nel Paese, sostenere i sussidi anti-disoccupazione, garantire i ristori alle attività più colpite dalle chiusure anti-contagio. Un piano che per la sua dimensione vale da solo quasi tre volte il fondo Next Generation Eu, il piano di rilancio dell’economia comunitaria che è al centro del pacchetto del Recovery Fund, ed è stato approvato in poche settimane.

Le stime di Morningstar prevedono una crescita del Pil reale degli Stati Uniti del 5,3% nel 2021 e del 4% nel 2022; a dicembre la Federal Reserve prevedeva un +4,2% per l’anno in corso; l’Ocse alza le stime per il 2021 al 6,5% e confermava il +4% per il 2022, mentre le stime parallele compiute per l’Ue prevedono sia per il 2021 che per il 2022 un +3,8-3,9% di crescita.

la questione più importante è legata al fatto che gli Stati Uniti si preparano a riassorbire completamente gli effetti economici del Covid-19 con una rapidità che l’Unione Europea non può nemmeno lontanamente immaginarsi. La politica vaccinale incentrata dall’amministrazione Trump sull’operazione Wrap Speed e ulteriormente rafforzata da Biden anche dopo la conclusione di quest’ultima a febbraio ha consentito agli Stati Uniti di ottenere in tempi brevi diversi vaccini finanziati con flussi costanti di denaro pubblico, di avviarne la produzione sul territorio nazionale e di battere ogni tempistica sull’inoculazione. Biden aveva indicato inizialmente come obiettivo 100 milioni di inoculazioni nei suoi primi 100 giorni ma lo raggiungerà nei primi 60 giorni del suo mandato.

Come nel caso del Regno Unito, l’avanzamento della campagna di vaccinazione ha garantito uno scudo di protezione alle politiche di ripresa dell’economia, permettendo agli stimoli economici governativi di essere più decisi ed incisivi. Mentre molti governi europei sono ancora costretti a dover limitare l’azione economica al tamponamento delle falle e avranno i fondi del Recovery Plan solo nei prossimi mesi, gli Stati Uniti hanno già in programma politiche più spedite. Dialogando col Financial Times il capo economista di Unicredit Erik Nielsen ha sottolineato che il volume di risorse stanziato, in relazione al Pil, è difficilmente comparabile: con le nuove politiche di Biden e quelle ereditate dall’era Trump Washington, nota Nielsen, beneficerà di un “flusso di stimoli fiscali pari all’11-12% del suo Pil, tre volte il gap venutosi a creare nella produzione nazionale”, pari a 895 miliardi di dollari, mentre “il Recovery Fund corrisponde solo a circa il 6% del Pil europeo” e al 70% della mancata produzione che serve recuperare per tornare ai precedenti percorsi di crescita.

Sentita dal Ft, l’economista Lucrezia Reichlin ha, a nostro avviso correttamente, posto in evidenza la questione della presenza delle regole fiscali in Europa: il rischio di un ritorno futuro del patto di stabilità e di schemi simili, nota la Reichlin, porta i governi europei a non osare oltre quanto compiuto finora per le misure emergenziali e impone a quasi tutti di aspettare la presunta panacea del Recovery Fund. Gli Stati Uniti possono invece usare tutta la potenza del loro bazooka economico per metterla al servizio di politiche della crescita, non a caso applicando la “dottrina” che Mario Draghi aveva espresso un anno fa: spendere, spendere, spendere, puntare sul debito pubblico per riassorbire gli effetti del Covid-19 sulle economie, simili a quelli di uno shock bellico.

I differenziali di ripresa e le prospettive degli Usa di mantenere tassi di crescita elevati potranno essere ritoccati ulteriormente al rialzo dalla variabile meno prevedibile dell’equazione, quella dei consumi privati. La rimozione di buona parte delle misure di contenimento al contagio in Stati come la Florida e il Texas ha già portato a effetti di crescita sui consumi, mentre nel solo mese di febbraio il settore dei bar e dei ristoranti ha aggiunto all’economia nazionale 285mila posti di lavoro, una spinta verso l’alto notevole dopo il moderato incremento (+17mila) di gennaio. Un contributo importante al boost dell’occupazione Usa: a febbraio nel Paese sono stati creati 379 mila posti, a fronte di una stima di 210 mila del Dipartimento del Lavoro, mentre il tasso di disoccupazione è sceso al 6,2%. L’effetto moltiplicatore tra stimoli pubblici, vaccinazioni di massa, riaperture e corsa dell’occupazione può produrre un circolo virtuoso che negli States è prossimo a attivarsi e in Ue ancora ben lontano dall’essere anche solo immaginabile. In questo contesto, il divario tra le due sponde dell’Atlantico, con gli Usa capaci di riprendere al più presto le politiche per immaginare il futuro dell’economia, dei servizi, della tecnologia del futuro e l’Ue ancora impantanata, è destinato a amplificarsi ulteriormente. Segnando, una volta di più, l’Europa come la grande sconfitta della pandemia.

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