Usa-Ucraina, un accordo minerario con un grande perdente chiamato Europa

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La conclusione dell’accordo minerario tra Stati Uniti e Ucraina al terzo tentativo, dopo che a febbraio e ad aprile l’attesa concretizzazione sembrava esser sfumata all’ultimo, ha un grande sconfitto: l’Europa. Da qualunque prospettiva la si veda, infatti, la partnership tra Kiev e Washington allontana dai Paesi-guida del Vecchio Continente la possibilità di una penetrazione strategica dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri in uno Stato critico per motivazioni economiche e geopolitiche e la cui evoluzione sarà, dopo la fine del conflitto russo-ucraino, innanzitutto una preoccupazione del blocco limitrofo.

Un accordo migliorativo per l’Ucraina e vantaggioso per gli Usa

Kiev incassa, rispetto alle originarie determinazioni dell’accordo, almeno tre risultati significativi: cade la correlazione diretta tra gli aiuti forniti per la resistenza ucraina sul campo e l’apertura delle risorse minerarie critiche di Kiev all’economia americana; si dà per necessaria la possibilità di investimenti statunitensi in conto capitale per ampliare la produzione nazionale ucraina; si apre a una cooperazione pubblico-privato che potenzialmente può aumentare la concorrenza e ridurre il potere degli oligarchi contro cui il presidente Volodymyr Zelensky si è, pur con molte contraddizioni, scagliato.

Washington ottiene un piede a terra con cui potrà condizionare i mercati internazionali, soprattutto europei, delle risorse critiche del sottosuolo ucraino. Inoltre, in tempi di guerre commerciali, per gli States è vitale aprire un canale di rifornimento di asset strategici per la propria industria, civile e militare, che il braccio di ferro tariffario con la Cina rischia di recidere. E in un contesto che vedeva l’America aver più bisogno dell’accordo rispetto a febbraio, quando Donald Trump e Zelensky si scontrarono alla Casa Bianca, si tratta di una vittoria in volata su un’Europa che con l’Ucraina ha una dichiarazione d’intenti per sviluppare congiuntamente il settore minerario del Paese invaso dalla Russia già da quattro anni, ma non l’ha mai politicamente incentivata.

Le materie prime critiche per gli Usa escludono l’Europa

Come nota il Center for Strategic and International Studies (Csis), “l’Ucraina contribuirà al 50% dei ricavi derivanti dallo sfruttamento di nuovi progetti minerari, petroliferi e di gas”, con una significativa novità che prevede che “i progetti attuali, come quelli dei maggiori produttori di petrolio e gas del Paese, Naftogaz e Ukrnafta, siano esentati dal contributo al fondo”.

Il Csis fa notare che “ciò significa che la redditività del fondo dipenderà dal successo dei nuovi investimenti nelle risorse ucraine”, dove gli Usa metteranno una quota crescente di risorse per alimentare gli investimenti del fondo, i quali “mirano a stimolare ulteriormente l’interesse del settore privato a investire nelle risorse ucraine e ad attrarre i capitali necessari per la ricostruzione e lo sviluppo delle risorse del Paese”. Viene da pensare che l’America di Trump, al netto dei giudizi sui modi, è giunta a concludere con Kiev un accordo sostanziale meno vago di una partnership che l’Europa ha avuto quattro anni per sostanziare.

Risulta doveroso chiedersi perché Paesi come Italia, Francia, Regno Unito e Germania non abbiano arruolato le loro major minerarie ed energetiche per entrare in forze in un settore tanto critico e costruire catene del valore convergenti e solide capaci di unire l’Europa e l’Ucraina strategicamente ed economicamente.

Ora, probabilmente, l’America sarà pronta a utilizzare questo accordo come leva geopolitica verso Kiev e come strumento di pressione economico sui partner europei, che dovranno passare da Washington per puntare alle risorse critiche dell’Ucraina, cruciali per industria e produzione. Un ennesimo punto a sfavore di un’Ue che su diplomazia e politica estera spesso si trova, per mancanze proprie, fuori dal mondo.