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Mercoledì 16 settembre 1992: nel pieno delle difficoltà del Sistema Monetario Europeo un violento attacco speculativo con posizioni ribassiste travolge la sterlina britannica provocando una colossale fuga di capitali. Il grande vincitore di giornata è un finanziare d’assalto, George Soros, che guadagna dalla puntata un miliardo di dollari. Dietro la mossa con cui i fondi di Soros hanno attaccato la valuta di Londra, nello stesso periodo in cui un’analoga manovra veniva compiuta contro la lira italiana, rafforzando la figura del magnate americano di origini ungherese come “re” degli speculatori, c’è un team di investitori alle sue dipendenze, tra cui spicca un brillante 30enne: Scott Bessent.

Un ex “alto ufficiale” di Soros alla corte di Trump

Nativo del Sud Carolina, una laurea a Yale, Bessent si era unito un anno prima al Soros Fund Management dopo alcune brevi esperienze in altri fondi. E proprio al fianco di Soros costruì le basi di una carriera che l’ha portato, trentadue anni dopo, allo sbarco nelle istituzioni, chiamato da Donald Trump come prossimo Segretario al Tesoro degli Stati Uniti. Nella narrazione, Trump si presenta, dal momento della sua prima elezione, come antitetico a Soros e a quei miliardari che accusa di essere sostenitori di un vago “pensiero globalista” in cui c’è riunito tutto quello che il presidente eletto vuole portare il Partito Repubblicano a combattere: identity politics, gender, immigrazione, diritti civili, internazionalismo età. Ma alla prova dei fatti, come principale consigliere economico in campagna elettorale e per guidare le sue finanze, The Donald ha scelto un rampante investitore 62enne miliardario che è diventato un big proprio al fianco del patron dell’Open Society. Ricordando come quando a parlare sono gli interessi di classe, in questo caso della super-classe dei miliardari e finanzieri di cui tutti e tre, Trump, Soros e Bessent, fanno parte, non esistono divisioni che tengano.

Con Soros fino al 2000 come alto funzionario, Bessent è tornato alla corte del nemico numero uno dei sovranisti come capo degli investimenti del Soros Fund Management dal 2011 al 2005. Nel mezzo esperienze in forma privata da investitore culminate, dopo il secondo e definitivo addio a Sfm, con la nascita nel 2015 di Key Square Group, la sua società d’investimento. A far partire il finanziamento, in quell’occasione, anche un investimento sull’avventura privata di Bessent da 2 miliardi di dollari ad opera proprio dello speculatore a cui Bessent aveva dato una mano nel trionfo contro la sterlina nel 1992.

Cosa fa il fondo di Bessent

Nato come gestore di fondi, Key Square ha, nel corso degli anni, cambiato proiezione. Come ricorda Reuters: “Mentre gli asset dei fondi speculativi di Key Square sono diminuiti”, da un picco di 5,1 miliardi di dollari nel 2018 a poco più di 500 milioni a fine 2023, il finanziere “ha altre linee di business che si sono espanse, tra cui la fornitura di idee di investimento ad altri gestori di denaro, con 1 miliardo di dollari da cui attingere e investire per una grande società di investimento macro, un’attività di consulenza per family office, fondazioni e dotazioni, tra cui un cliente con 11 miliardi di dollari di asset; e commissioni da una società spin-out, Ghisallo Capital da 3,4 miliardi di dollari, parte dell’attività di incubazione di Key Square”. Un business variegato a cui si è aggiunto il matrimonio politico con Trump, saldato da una prima donazione nel 2016 alla campagna elettorale del tycoon e rafforzatasi tra il 2023 e il 2024 con l’impegno in prima persona di Bessent (che in passato aveva donato alla campagna democratica di Al Gore nel 2000) nel cerchio magico trumpiano.

A folgorare Bessent sulla via di Mar-a-Lago il fatto che, da esponente della classe finanziaria di Wall Street, ha visto in The Donald l’emergere di “uno di loro” a presidente degli Usa e, al netto della retorica di Trump, ha guardato alla concretezza. Mentre molti investitori lo dicevano in privato, Bessent ha fatto capire più volte ad alta voce che per lui Trump is good for business.

Il rilancio della riforma fiscale al centro dell’agenda Bessent

Non a caso, il cavallo di battaglia economico di Trump, la maxi-riforma fiscale del 2017, ha decapitato le aliquote corporate sui redditi superiori favorendo l’alta finanza, gli investitori d’assalto, i super-ricchi di Wall Street. Insomma, il comune parterre di Trump, Soros e Bessent. E ora questa riforma, che scade nel 2025 e Trump vuole prolungare per dieci anni al costo di 3,4 trilioni di dollari, è al centro dell’agenda di The Donald.

Gli economisti Gabriel Zucman e Emmanuel Saez dell’Università di Berkeley, nel volume del 2019 The triumph on injustice, hanno ricordato come il Tax Cuts and Jobs Act del 2017 voluto da Trump abbia prodotto un decollo dei patrimoni di Wall Street, nonché quello che probabilmente è stato il più grande trasferimento di ricchezza dalla base alla cima della piramide della distribuzione del reddito della storia americana. Facendo notare che per effetto del Tcja le 400 famiglie più ricche d’America pagavano un totale d’imposizione fiscale del 23% grazie al complesso sistema di deduzioni e sconti fiscali, contro il 24,2% del lavoratore americano medio.

Bessent è stato, tra gli investitori, uno dei più attivi nel sostenere la terza campagna elettorale di Trump che per rinnovare questa riforma è sceso personalmente in campo e, come ricorda il New York Times, ha lanciato per il Tesoro “un piano “3-3-3″ che punterebbe a una crescita economica del 3 percento, ridurrebbe il deficit di bilancio al 3 percento del prodotto interno lordo e aumenterebbe la produzione nazionale di petrolio di 3 milioni di barili al giorno”. C’è un dettaglio: visto il costo astronomico del rilancio del Tcja, il taglio del deficit non potrà che passare per un drastico taglio di servizi, politiche sociali e assistenziali, investimenti nella periferia d’America. La stessa che ha votato Trump. La cui campagna è stata al contempo una delle più acclamate di sempre dall’America più insicura e disuguale sul piano economico e la più finanziata di sempre dai miliardari. Un paradosso che scelte come quella di Bessent non contribuiscono a sanare.

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