Il maxiprogetto dell’appalto del sistema di raccolta informazioni del Dipartimento della Difesa Usa non decolla. Il Pentagono ha da oltre un anno avviato il bando per gara per la realizzazione della Joint Enterprise Defense Infrastructure (il cosiddetto progetto Jedi), l’architettura informatica che dovrà, in futuro, fornire un sistema a tutto raggio di cloud computing per i dati della Difesa a stelle strisce e la cui evoluzione è stata a dir poco tormentata. Dal valore di 10 miliardi di dollari, l’appalto rappresenta forse la massima manifestazione del pieno inserimento del big tech statunitense nel sistema globale di potere a stelle e strisce; la manifestazione della volontà americana di mantenere un controllo e un orientamento nazionale su una rete dati che, a livello mediatico, è narrata come “globale” e la certificazione del definitivo inserimento della Silicon Valley nello stato profondo del potere di Washington, come già anticipato nel 2016 nel saggio Deep State di Mike Lofgren.

La corsa al programma Jedi è strutturata come un appalto destinato a premiare un unico fornitore secondo il principio “the winner takes it all”, senza che alcuno spazio sia lasciato alla collaborazione tra le diverse componenti dell’industria tech. La conseguenza è stata una lotta serrata che ha coinvolto alcune delle principali industrie del settore: Amazon, Google, Oracle, Ibm e Microsoft. La corsa è stata sin dall’inizio a ostacoli, sia per le incertezze politiche che hanno visto l’alternanza di tre leader del Pentagono in otto mesi (al dimissionario Jim Mattis sono seguiti dapprima il reggente Patrick Shanahan e in seguito l’attuale Segretario alla Difesa Mark Esper) sia per il braccio di ferro tra i concorrenti, condotto a colpi di accuse reciproche e cause legali.

Google ha dato forfait dopo una massiccia protesta interna dei dipendenti, secondo i quali Jedi ne avrebbe violato la filosofia aziendale, mentre in seguito Oracle e Ibm sono state eliminate dalla gara perchè, a detta del Pentagono, non soddisferebbero i requisiti di sicurezza dei sistemi che avrebbero, al contrario, Amazon e Microsoft. A loro volta, da tempo, appaltatori di servizi di sicurezza e cloud storage del governo federale: ad esempio, tramite la controllata Amazon Web Services (Aws), nel 2013 Amazon ha siglato un contratto da 600 milioni di dollari con la Cia per fornire un servizio cloud che è utilizzato dalle 17 agenzie della comunità di intelligence. Questo ha portato le contendenti escluse ad agire per vie legali tanto che, come riporta The Verge, Ken Glueck, vicepresidente di Oracle, avrebbe ritenuto il bando eccessivamente sbilanciato verso il gigante della logistica e del commercio online, quasi costruito ad hoc per favorire il successo di Amazon.

Le schermaglie hanno portato il bando a una situazione di stallo, in attesa che sia fatta chiarezza. Sollecitato dalla lettera di dodici rappresentanti repubblicani, che chiedevano una sospensione della gara fino a che non fosse stata fatta chiarezza sulle aziende in gara, Trump si è interessato alla vicenda mostrando diversi dubbi verso l’azienda di Jeff Bezos e il suo modus operandi.Ricevo enormi lamentele sul contratto del Pentagono e Amazon; si dice che non sia un’offerta competitiva”, ha dichiarato Trump ai giornalisti lo scorso 18 luglio, aggiungendo che avrebbe verificato di persona l’attendibilità dell’offerta del colosso del web. L’occasione potrebbe essere la fonte di un nuovo scontro tra Trump e il proprietario di Amazon, nonchè editore dell’antitrumpiano Washington Post, Bezos. “Il presidente Trump è particolarmente sensibile quando si tratta del colosso tecnologico di Jeff Bezos”, fa notare StartMag. “Tra i due non corre infatti buon sangue. A dicembre, The Donald ha accusato Amazon di truffare il servizio postale sulle tariffe di consegna. L’inquilino della Casa Bianca non spreca mai occasione per “gridare” Fake News su Twitter dopo che il Washington Post, di proprietà di Jeff Bezos, pubblica attacchi al Presidente o alla sua amministrazione“.

Tuttavia, difficilmente Amazon e il Pentagono potranno, a lungo, perdersi di vista. Il big tech statunitense è parte integrante della rete mondiale di potere degli Usa, e tutte le principali aziende partecipano, direttamente o meno, a programmi legati alla sicurezza nazionale. Vi è, in ogni caso, tra le concorrenti di Amazon il timore che il gruppo di Seattle possa arrivare a ampliare la sua posizione dominante nel mercato da oltre 50 miliardi di dollari l’anno delle commesse federali. In questo senso, Microsoft, Oracle e Ibm, nel caso le ultime due fossero riammesse in gara, potrebbero usufruire della sponda presidenziale sul caso Jedi. Che potrebbe venir condizionato dall’astio personale tra l’uomo più potente del pianeta (Xi Jinping permettendo) e l’uomo più ricco del mondo.

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