L’economia statunitense si sta muovendo a tre velocità. Almeno 22 Stati, tra cui Illinois, Minnesota, Iowa e Washington D.C., sono già entrati in recessione o si troverebbero “sul precipizio” di una contrazione economica. Insieme, rappresentano circa un terzo del prodotto interno lordo statunitense. A dirlo è un’analisi firmata dal capo economista di Moody’s Analytics, Mark Zandi. Altri 13 Stati, tra cui i giganti California e New York, “galleggiano” senza crescere né contrarsi in modo significativo. 16 Stati, invece, continuano ad andare a gonfie vele: è il caso di Florida, Texas e Pennsylvania, dove l’occupazione resta robusta e i consumi interni sostengono la domanda.
Zandi spiega di aver costruito un indice basato su dati “coincidenti”, cioè indicatori che descrivono in tempo reale lo stato di salute economica di un territorio: andamento dei salari, produzione industriale, tasso di occupazione. Quando questi numeri mostrano un calo costante, Moody’s considera lo Stato in recessione o a rischio.
Il quadro che emerge è diseguale e frammentato. Nel Midwest e nel Nordest, regioni come Minnesota e Iowa soffrono per la perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero e nei servizi finanziari, aggravata – secondo alcuni economisti – dalle guerre commerciali trumpiane, dal calo dell’immigrazione e dai tagli federali all’occupazione pubblica. In Iowa, per esempio, l’occupazione nei servizi finanziari è diminuita di oltre il 5% dal 2019, mentre a livello nazionale è cresciuta di quasi il 7%.
Il motore della crescita è a Sud
Il Sud e parte del Sudovest restano i motori della crescita statunitense, grazie alla spinta dell’industria energetica, alle delocalizzazioni interne e ai bassi costi di vita. Ma anche qui, avverte Moody’s, si intravvedono segnali di rallentamento. “Gli Stati del Sud sono ancora i più forti, ma la loro crescita sta perdendo slancio”, è l’opinione di Zandi.
California e New York, che insieme valgono oltre un quinto dell’economia statunitense, si mantengono per ora in equilibrio: la loro tenuta, osservano gli analisti, sarà decisiva per evitare una recessione nazionale.
E nel frattempo c’è lo shutdown federale voluto da Trump che occupa la politica: usato, a detta dei critici, per spingere l’agenda del MAGA, starebbe aggravando una situazione economica già fragile: i prezzi dei generi alimentari continuano a salire, i tagli al Medicaid aggravano il caos e il mercato del lavoro mostra segnali di sofferenza. Con la sospensione dei dati federali sull’occupazione, gli economisti avvertono che aumentano le richieste di sussidio di disoccupazione (soprattutto tra i dipendenti pubblici) e che lo shutdown potrebbe diventare la scintilla di una nuova crisi economica.
Il messaggio implicito del rapporto Moody’s, pur volendo stare lontani dagli scenari più pessimistici, è che l’economia statunitense, nel suo complesso, si trova su un terreno instabile. Con una terza parte del Pil già in contrazione, un’altra che arranca e solo pochi Stati ancora in espansione, il rischio di una recessione “a macchia di leopardo” che diventi nazionale appare sempre più concreto.