Usa, l’inflazione sfida i tagli ai tassi e l’ambizione di Trump

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Torna a correre, inaspettatamente, l’inflazione negli Stati Uniti e per il presidente Donald Trump questa è una grana politica non indifferente, dato che dalla Casa Bianca più volte sono arrivati messaggi chiari alla Federal Reserve di Jerome Powell per accelerare il trend ribassista sui tassi d’interesse.

Perché parte il braccio di ferro tra Casa Bianca e Fed

Da un lato, Trump ritiene che i tassi eccessivamente alti danneggino la prosperità dell’America. Ne chiede il taglio per sdoganare politiche di crescita sostenute e permettere il decollo alla sua agenda fondata su un rilancio della produzione industriale ed energetica, sul ritiro dello Stato e sull’ampliamento dei tagli fiscali varanti nel suo primo mandato. Dall’altro, Bret Kenwell, US Investment analyst di eToro ha analizzato che “la Fed sta cercando di mantenere l’economia su basi solide senza rinunciare alla lotta per riportare l’inflazione al 2%”, vera Stella Polare della sua azione.

Ebbene, a gennaio l’inflazione su base mensile degli Usa ha superato il 3% per la prima volta da sei mesi, confermando da un lato la cautela della Fed che a gennaio non aveva proseguito il sentiero dei tagli fiscali. Powell allora non ha drammatizzato la questione, sottolineando come da tempo la politica fiscale sia già “significativamente meno restrittiva” del biennio 2022-2023, in cui l’Eccles Building aveva operato una stretta monetaria rafforzando i tassi dopo il surriscaldamento di una corposa inflazione da domanda. Eric Winograd, US Economist di AllianceBernstein, ha ben riassunto la situazione: “La Washington della politica monetaria non ha fretta di ridurre i tassi. Quella della Casa Bianca sì”.

Trump ha costruito sulla critica all’alta inflazione e all’indebolimento del potere d’acquisto dei cittadini statunitensi nell’era di Joe Biden una parte consistente del suo successo elettorale, in cui è stata come spesso accade nelle presidenziali americane l’economia il vero tema dominante. Ora, l’aumento del costo della vita rischia di tornargli addosso come un boomerang. 

Per Trump l’inflazione non andrebbe temuta ma presa come una palla al balzo, accogliendo la sfida: “Powell e la Fed non sono riusciti a fermare il problema che hanno creato con l’inflazione, lo farò io liberando la produzione energetica americana, tagliando la regolamentazione, riequilibrando il commercio internazionale e rilanciando la produzione manifatturiera americana”.

Trump vuole spingere l’economia tagliando i tassi

In sostanza, il presidente Usa sostiene che la soluzione al problema monetario sia ottenibile con la leva fiscale e commerciale. Il caro energia curabile con il motto “Drill, Baby, Drill”, la crisi abitativa e la carenza di alloggi facilmente risolvibile garantendo con i tassi bassi la possibilità ai cittadini di accendere mutui, il vischioso persistere dell’inflazione da Covid con l’aumento degli investimenti delle aziende garantiti dai cospicui tagli fiscali. Per Trump il peccato originale di Powell è stato quello di aver tirato dritto con la sua linea avviata nell’era di Joe Biden e aver distanziato la sua figura da quella del presidente che nel suo primo mandato l’ha nominato, pur contestandone spesso le politiche, tanto da proporre tra il serio e il faceto nel 2019 una sua sostituzione con l’allora presidente della Banca centrale europea Mario Draghi.

In sostanza, quel che The Donald chiede è un graduale ritorno alla fase di denaro a basso costo dell’era del quantitative easing espanda fino al Covid-19, da lui gestito nel 2020. Tassi bassi possono garantire una ripresa della grande roulette finanziaria a Wall Street su cui si ripongono le aspettative di profitto del blocco di potere che appoggia il presidente, dai tecno-oligarchi in attesa di aumentare i propri profitti all’alta finanza di Wall Street, per cui Trump is good for business per gli stimoli fiscali e le politiche di deregolamentazione che propone. Il freno della Fed, in quest’ottica, ha per Trump valore più politico che economico. E uno scontro tra il comandante in capo e il leader della banca centrale appare sempre più inevitabile se, come prevedono gli analisti, dalla Fed non ci sarà alcuna accelerazione sui tagli ai tassi.