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La pandemia, oltre a mettere in ginocchio i sistemi sanitari apparentemente più avanzati del mondo, ne ha svelato anche le estreme fragilità, i meccanismi farraginosi, l’approssimazione. Nel caso americano l’emergenza mette in evidenza un’altra pecca: l’estrema dipendenza del sistema sanitario nazionale dalle importazioni medicali a fronte di una produzione interna insufficiente. Quale la ragione per cui uno dei Paesi più potenti al Mondo dipende quasi interamente dall’estero in materia di farmaci e attrezzature? La più banale: importare dall’estero, Cina in primis, costa meno che produrre. Ma se scoppia una pandemia e le importazioni si bloccano, questo principio si trasforma in un dramma: così, da giorni, medici e infermieri americani sono costretti a lavare con candeggina i propri dispositivi e riutilizzarli nei turni successivi. Non si sa ancora per quanto.

La denuncia di Lighthizer

La denuncia arriva dal Trade representative Robert Lighthizer che lunedì scorso ha dichiarato che gli Stati Uniti cercheranno di promuovere una maggiore produzione interna di forniture mediche chiave alla luce delle vulnerabilità strategiche messe a nudo dalla pandemia di coronavirus. Lighthizer ha riferito ai ministri del commercio del G20 che Washington ha ammesso la necessità di risolvere le interruzioni della catena di approvvigionamento e di essere consapevole dell’impatto delle proprie azioni sui vicini. In questa crisi Washington sta imparando che l’eccessiva dipendenza da altri paesi come fonte di prodotti e forniture mediche, soprattutto a basso costo, ha creato una vulnerabilità strategica per il sistema sanitario e per l’economia a stelle e strisce. E’ questa la ragione per cui il governo federale sta incoraggiando la diversificazione delle catene di approvvigionamento e cercando di promuovere la produzione domestica.

Lighthizer, inoltre, ha messo in guardia contro gli sforzi per usare la crisi sanitaria ed economica per spingere altri programmi, nel commercio o altrove, volti a seminare sfiducia. A fargli da eco alcuni funzionari che temono che la Cina potrebbe cogliere la crisi per spingere per uno sgravio tariffario prima di adempiere ai propri impegni di acquisto nell’ambito dell’ accordo commerciale firmato a gennaio. Alcune aziende statunitensi colpite da tariffe e dazi hanno anche sollecitato Washington a fornire sollievo in un momento di estese chiusure negli Stati Uniti volte a frenare la diffusione del virus. Altri stanno facendo pressioni sull’amministrazione Trump per mantenere intatte le tariffe. Il consulente commerciale della Casa Bianca, Peter Navarro, la settimana scorsa ha negato che l’amministrazione Trump stia prendendo in considerazione un differimento di tre mesi dei pagamenti delle tariffe sulle merci importate, affermando che tale mossa avrebbe “arricchito la Cina a spese dei lavoratori americani”.

Navarro sta inoltre elaborando un ordine esecutivo che estenderebbe le disposizioni di Buy America ​​ai settori medico e farmaceutico, un cambiamento che i funzionari cinesi hanno descritto come irrealistico e poco saggio in uno scenario in cui il 97% degli antibiotici venduti negli Stati Uniti arriva dalla Cina.

Il drastico calo delle importazioni

La carenza critica di forniture mediche negli Stati Uniti, inclusi test e tamponi, maschere protettive, camici chirurgici e disinfettante per le mani, è legata a un improvviso calo delle importazioni, principalmente dalla Cina. I dati commerciali pubblicati dall’Associated Press mostrano il declino delle spedizioni iniziato a metà febbraio dopo che la Cina ha deciso di chiudere fabbriche e fermare alcuni scambi commerciali. Alcuni dipartimenti di emergenza, ospedali e cliniche negli Stati Uniti hanno ormai esaurito le forniture mediche chiave, mentre altri stanno razionando i dispositivi di protezione individuale come guanti e maschere. Gli Stati Uniti contano di ricevere la stragrande maggioranza delle nuove forniture mediche dalla Cina, ma nel momento in cui le fabbriche cinesi hanno iniziato lentamente a tornare a regime in queste settimane, non vi è dubbio che le esigenze interne hanno e avranno la priorità.

La consegna più recente di maschere N95 (le famigerate Ffp3 ormai introvabili) per uso medico è arrivata dalla Cina circa un mese fa, il 19 febbraio. Appena 13 spedizioni di maschere N95 non mediche sono arrivate nell’ultimo mese – la metà di quelle arrivate nello stesso mese dell’anno scorso. Di fronte a questa penuria i governatori d’America sono finiti nel panico (ad alcuni ospedali restano un paio di giorni di autonomia) e a nulla è valsa l’esortazione del presidente Donald Trump ad acquistare maschere sul mercato aperto: le N95 sembrano essere diventate diamanti, poche e costose. Parlano da soli i dati circa le importazioni di disinfettanti per le mani e di tamponi, diminuite del 40% e le importazioni di maschere N95, diminuite del 55%. Solo il mercato degli abiti chirurgici, tipicamente provenienti dalla Cina, non ha subito scossoni poiché le importazioni americane adesso guardano all’Honduras (dati ImportGenius) mentre i guanti medicali verranno importati, invece, dalla Corea del Sud.

Fare a meno della Cina?

A metà febbraio, l’Organizzazione mondiale della sanità aveva avvertito che la domanda globale di dispositivi di sicurezza era 100 volte superiore al normale. I prezzi erano 20 volte più alti, le scorte erano esaurite e c’era un arretrato di 4-6 mesi. Nonostante ciò, i dati sui contratti federali mostrano che nessuno sforzo era stato compiuto nell’illusione di poter continuare sull’onda del business as usual.

Le politiche commerciali non hanno aiutato. Le tariffe per le forniture mediche le hanno rese più costose e sono state revocate solo il 5 marzo, anche se le associazioni sanitarie già nel 2019 avevano chiesto all’amministrazione di esentare articoli come maschere, guanti e abiti. E ora paesi come la Corea del Sud, l’India e Taiwan stanno bloccando le esportazioni di forniture mediche per salvarle per i propri cittadini, lasciando gli Stati Uniti con poca capacità di scelta.

Anche le spedizioni mediche da banco stanno diminuendo. Una dato su tutti deve colpire: nel marzo 2019 dieci container marittimi pieni di termometri medici sono arrivati ​​nei porti degli Stati Uniti: nel marzo 2020 soltanto cinque. Nel tentativo di colmare il vuoto delle esportazioni l’azienda 3M con sede nel Minnesota sta premendo l’acceleratore sul suo impianto di Aberdeen, nel South Dakota, producendo milioni di maschere N95 al mese. La società sta inoltre aumentando la produzione di maschere chirurgiche. Un contratto federale con 3M per 4,8 milioni di dollari in maschere N95 afferma che le maschere saranno consegnate il 30 aprile, tra un mese.

Nel frattempo, mentre l’America ripensa il concetto di interdipendenza, dai CDC (Centers for Disease Control) arriva la raccomandazione, per gli operatori sanitari, di sostituire le introvabili mascherine con delle bandane.

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