Dazi al 25% su tutte le importazioni da Canada e Messico (escluso il petrolio) e aumento generalizzato del 10% su ogni tariffa riguardante i prodotti cinesi: Donald Trump parte lancia in resta nella sua offensiva commerciale contro il resto del mondo volta a contenere il maxi-deficit commerciale degli Usa, a stimolare la produzione interna e a inaugurare nei fatti, dopo anni di retorica opposta, una fase maggiormente protezionista della globalizzazione. In arrivo anche potenziali dazi contro i Paesi del gruppo dei Brics qualora intendessero sfidare il dollaro e, al contempo, anche tariffe contro i beni dell’Unione Europea che, ha detto Trump al Forum di Davos, “non ci sta trattando bene”.
I dazi per negoziare
Trump lancia la versione definitiva, l’ultima edizione della sua celebre opera The Art of the Deal: i dazi saranno calati come una saracinesca, non come una ghigliottina. Le centrali strategiche dell’amministrazione, coordinate dal Segretario al Tesoro Scott Bessent e dal consigliere speciale di Trump per il Commercio Peter Navarro, prevedono che inizialmente su tutte le nazioni daziate l’imposta addizionale che graverà sarà pari al 2,5% e aumenterà della stessa quantità ogni mese fino al livello stabilito.
Questo servirà a dare alle aziende e ai mercati il tempo di adeguarsi e, soprattutto, ai Governi la possibilità di negoziare con gli Usa eventuali svolte che Trump spera possano favorire i prodotti e le merci americane.
La scommessa di Trump sui dazi
Qual è la scommessa di The Donald? Innanzitutto, sperare nella vitalità dell’economia americana. Il combinato disposto tra la leva dei dazi, la prevista spinta dell’amministrazione a confermare i maxi tagli fiscali dal valore di 3mila miliardi di minori imposte da qui al 2030, la previsione di un taglio dei tassi da parte della Federal Reserve (su cui Trump spinge molto) come volano al sistema Usa e la prospettiva di un apprezzamento del valore del dollaro vuol essere il mix con cui Trump lancia un ammonimento al mondo: investite in America, è meglio che nel resto del mondo, ma preparatevi a pagare le conseguenze se deciderete di non farlo.
“Il mio messaggio a tutte le aziende del mondo è molto semplice”, ha detto Trump all’élite di Davos nel suo primo messaggio dopo l’insediamento: “Venite a produrre i vostri prodotti in America e vi daremo tra le tasse più basse di qualsiasi nazione sulla Terra”, ha aggiunto, sottolineando che “le stiamo abbassando in modo molto sostanziale, persino rispetto ai tagli fiscali originali della mia amministrazione”, promossi nel 2017.
Producete americano e assumete americano: un messaggio chiaro. “Ma se non producete i vostri prodotti in America, che è una vostra prerogativa, allora, molto semplicemente, dovrete pagare una tariffa”, ha aggiunto Trump. Una tariffa “che indirizzerà centinaia di miliardi di dollari e persino bilioni di dollari nel nostro Tesoro per rafforzare la nostra economia e ripagare il debito”. Da qui emerge l’idea di Trump di costituire un’External Revenue Service (Ers) volto a gestire le entrate da dazi per indirizzarle verso l’economia nazionale.
Chiaramente, prima ancora dell’impatto economico va valutato il progetto politico: Trump vuole potenziare quanto Joe Biden ha fatto con i generosi sussidi all’industria interna, ovvero alzare le barriere all’entrata per le merci che scelgono di varcare i confini degli Usa facendo concorrenza a quanto prodotto in patria. E così facendo intende mantenere la promessa elettorale di fare nuovamente degli States una manufacturing nation alimentando i flussi di capitali nel Paese.
L’interesse Usa è la riduzione del deficit commerciale
Se nel primo mandato l’obiettivo di Trump era tutelare l’industria tradizionale, dall’acciaio all’automobile, oggi la principale volontà è quella di assicurare la supremazia degli Usa nelle aree critiche per la competizione economica internazionale, dai semiconduttori all’intelligenza artificiale, guardando principalmente alla Cina e al possibile uso di altri mercati come “cavallo di Troia”.
Certo, si può dire che l’approccio americano mostri una fragilità intrinseca degli States che devono proteggere la propria industria per alzarne la competitività. E, soprattutto, che Trump, volendo ridurre il deficit commerciale, sostanzialmente intenda rinunciare a un fattore che, in termini geopolitici, genera dipendenza del resto del mondo dal mercato americano. Ma oggi i venti politici sono cambiati.
“Non è stata solo una fantasia ma un’illusione pericolosa che la politica estera al servizio dell’interesse nazionale potesse essere sostituita da una al servizio dell’ordine liberale mondiale e che l’umanità fosse destinata ad abbandonare la sovranità nazionale”, ha detto dopo la conferma da parte del Senato il segretario di Stato Marco Rubio. Per Trump la guerra commerciale va in questa direzione: riaffermare il primato delle esigenze della sicurezza economica nazionale su quelle del libero commercio, delle priorità nazionali su quelle internazionali. Starà ai fatti dimostrare se perseguendo i primi Trump riuscirà, con la leva politica che i dazi garantiranno, a conseguire anche i secondi creando un nuovo livello di confronto con i big della Terra. Una scommessa azzardata, in un mondo raramente tanto competitivo nel secondo dopoguerra.