L’escalation commerciale tra Cina e Stati Uniti è finita, almeno per ora. I negoziatori di Pechino e Washington in Svizzera hanno concluso nella giornata di ieri un accordo trimestrale per ridimensionare il peso delle tariffe bilaterali imposte dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump.
Pechino taglierà dal 125 al 10% la tariffa-base su tutti i beni statunitensi, mentre Washington lo ridurrà dal 145 al 30%. Resteranno in vigore le tariffe reciproche al 10%, sulla scia di quanto imposto da Trump nella giornata del 2 aprile, corrisposte da Pechino, mentre il 20% addizionale che graverà sulla Repubblica Popolare è quello legato a un altro dossier del confronto commerciale, ovvero la partita legata al traffico di fentanyl che Trump accusa passare anche dalla Cina. Quest’ultimo dazio era escluso dalle negoziazioni in atto, ma potrebbe essere discusso in futuro.
I colloqui di Ginevra sono stati condotti da delegazioni di altissimo profilo aventi alla guida per gli Usa il Segretario al Tesoro Scott Bessent e il Rappresentante per il Commercio Jamieson Greer e per la Cina il vicepremier He Lifeng, uomo spesso scelto dal presidente Xi Jinping per missioni delicate. Segno della volontà di trovare una tregua e fissare dei principi nel quadro di una competizione accesa ma che si vuole tenere su binari controllati depotenziando il rischio di una guerra commerciale indiscriminata.
L’intesa raggiunta in Svizzera segna un cambio di passo nel rapporto, rendendolo più diretto e segnando una serie di precedenti. Innanzitutto, Cina e Usa danno un prezzo al loro rapporto commerciale sotto forma del dazio reciproco, recepito da Pechino. La logica protezionista, derivata prima della supremazia delle scelte di sicurezza nazionale e sviluppo industriale delle due potenze sul semplice conto economico, entra a pieno diritto, nero su bianco, nella relazione bilaterale.
Ma al contempo, secondo punto, si pone un confine netto tra i campi in cui Pechino e Washington si dichiarano distanti per i rapporti economici bilaterali, come ad esempio la partita tecnologica, e tutto il resto, che è base negoziale. In altre parole, ed è questo il terzo elemento da sottolineare, è come se Cina e Usa volessero assecondare in forma non traumatica la logica del disaccoppiamento: ci si potrà distanziare sui settori critici continuando però a commerciare e creando una partnership bilanciata laddove il terreno di confronto non è ciò che attiene la sicurezza nazionale.
La notizia importante è che c’è fame di raggiungere accordi e risultati, voglia di negoziare e di cercare soluzioni. Trump con la guerra dei dazi ha sicuramente strappato il risultato di portare la Cina al tavolo delle trattative, ma Pechino al contempo ha dimostrato agli occhi di Washington di avere leve e armi negoziali, qualificandosi come interlocutore credibile e osso duro negoziale. Nel quadro di un mondo caotico, ogni intesa contribuisce a sanare problematiche.
Se quella sino-americana sarà temporanea o definitiva lo vedremo, ma la certezza è che fino a metà agosto una base negoziale ci sarà mentre i delegati dei due Paesi si confronteranno. Wang Wen, direttore del Chongyang Institute for Financial Studies presso l’Università Renmin di Pechino, parlando al Guardian pur affermando che l’accordo “non rappresenta la risoluzione delle contraddizioni strutturali tra Cina e Stati Uniti, né significa che non ci saranno attriti e gravi divergenze tra Cina e Stati Uniti in futuro”, ha dichiarato che “si tratta di un risultato inaspettato nei negoziati tariffari sino-americani”. Nel quadro di una competizione globale serrata, la notizia di un’intesa, per quanto temporanea è un punto di partenza. Se si consoliderà, potrà dare buone notizie alla risoluzione delle molte questioni aperte dell’ordine globale.
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