La guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina è terminata? Niente affatto. Sarebbe un errore anche solo immaginarlo. L’intesa trovata sulla cosiddetta Fase uno è un importante segnale di distensione, che tuttavia offre soltanto una tregua momentanea.
La sensazione è che Donald Trump avesse bisogno di una spinta mediatica per risultare impermeabile agli attacchi dei Democratici sull’Impeachment. Non solo: The Donald necessitava di un grande evento mediatico da rivendicare in pubblico. Da questo punto di vista, il fatto di essere l’unico uomo sulla faccia della terra che abbia costretto Pechino a inchinarsi alle richieste di Washington, può essere utilizzato da Trump come un punto a suo favore.
In ogni caso, l’accordo firmato a Washington prevede la sospensione dell’aumento dei dazi da parte degli americani sui prodotti made in China, oltre all’abbassamento dal 15% al 7,5% su 120 miliardi di dollari di merci provenienti da oltre la Muraglia. La Cina, a sua volta, ha promesso di acquistare 200 miliardi di prodotti e servizi made in Usa, a proteggere la proprietà intellettuale e a non lanciarsi in nuove svalutazioni della propria valuta. Questi sono i termini del mini “deal”.
Le falle della Fase uno
Come fa notare la Bbc ci sono però almeno cinque punti chiave rimasti fuori dall’accordo sulla Fase uno, e sono gli stessi che potrebbero far deragliare il secondo round di negoziati ancor prima di iniziare.
Nell’intesa non c’è spazio per l’ambizioso programma cinese Made in China 2025, un piano progettato da Pechino per aiutare le sue aziende (anche a fronte di lauti sussidi statali) a diventare leader di livello mondiale nelle nuove tecnologie. Washington ha sempre considerato questa strategia una minaccia diretta alla sua supremazia tecnologica. Perché, dunque, non sollevare subito la questione?
Non è stato toccato neppure lo spinoso nodo Huawei. Il segretario al Tesoro americano, Steve Mnuchin, ha affermato che il colosso delle telecomunicazioni cinese non rientra nelle trattative. Eppure, nei mesi scorsi, la decisione della Casa Bianca di considerare la compagnia di Shenzen una minaccia per la sicurezza nazionale ha provocato una piccata reazione di Pechino.
L’accordo parla inoltre di una generica apertura del mercato cinese per le società di servizi finanziari stranieri. Secondo alcuni esperti mancano tuttavia le garanzie che queste possano, in un secondo momento, avere pari accesso al mercato cinese. In altre parole: non è stato sventato il rischio di una possibile concorrenza sleale con i soggetti cinesi.
Gli ultimi due punti da considerare sono altrettanto focali: la Fase uno non include alcun calendario definitivo su quando le tariffe ancora in vigore verranno cancellate né una spiegazione dettagliata su come gli Stati Uniti monitoreranno i progressi promessi dai cinesi.
Vincitori e vinti
Sia Donald Trump che Xi Jinping escono rafforzati dall’intesa momentanea sulla guerra dei dazi. Trump, come detto, può spendere il dossier cinese in vista delle prossime elezioni presidenziali come meglio lo riterrà opportuno. E, visto lo stile ruspante del tycoon, c’è da giurarci che inscenerà una discussione epica.
Xi, dal canto suo, può offrire al suo popolo una narrazione contraria rispetto a quella proposta da Trump agli americani: la Cina non si è inchinata agli Stati Uniti e ha giocato alla pari con Washington.
Passiamo adesso ai perdenti. L’accordo sulla Fase uno non cancella tutti i dazi, quindi i contribuenti e le aziende statunitensi – compresi gli agricoltori – continueranno a sentire il peso del braccio di ferro economico tra Usa e Cina. Infine vale la pena spendere due parole su quei Paesi che, grazie alla Trade War, stavano approfittando di vantaggi economici non da poco: Vietnam, Taiwan e Messico devono rivedere i loro piani.
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