Sia il presidente degli Usa Joe Biden che il presidente della Federal Reserve (Fed, la banca centrale americana) Jerome Powell stanno correndo ai ripari per la crisi economica, l’uno tagliando le tasse sul carburante (ma solo per l’estate) e l’altro alzando i tassi di interesse. In entrambi i casi, si tratta di misure volte a contenere l’inflazione, che riguarda soprattutto i prezzi del carburante. È però inevitabile constatare come, in entrambi i casi, la Fed e il governo federale stiano cercando di riparare danni che loro stessi hanno contribuito ad infliggere al sistema economico americano.

Powell ha dichiarato, prima in audizione in Senato e poi alla Camera, che a luglio potrebbe essere necessario un nuovo aumento di 0,75 punti percentuali del tasso di interesse, per evitare l’ulteriore incremento dell’inflazione, la più alta degli ultimi 40 anni. Tuttavia, avverte, il direttore della banca centrale americana, ci si deve preparare al peggio, perché un aumento dei tassi di interesse potrebbe causare più disoccupazione. Se il denaro costa di più, vi saranno meno prestiti, meno investimenti, quindi probabilmente anche meno assunzioni. Ovviamente “Non stiamo cercando di provocare, né pensiamo che ci sia bisogno di provocare una recessione, ma pensiamo che sia imperativo” ridurre l’inflazione, i cui effetti potrebbero essere addirittura peggiori.

Vi sono indubbiamente dei fattori esterni che hanno causato l’aumento dei prezzi, sicuramente una causa è l’invasione russa dell’Ucraina che ha provocato una crisi energetica. E certamente, da un anno e mezzo, si assiste alla “supply chain disruption” dovuta ai lunghi ed estesi blocchi di intere nazioni durante la pandemia: riaprire comporta un aumento repentino della domanda di carburante a cui la produzione non riesce ad adeguarsi subito. Ma l’inflazione è sempre, per definizione, dovuta ad un aumento della liquidità circolante. E in questo caso, gli ultimi tre direttori della Fed, Ben Bernanke, Janet Yellen ed ora Jerome Powell, hanno contribuito triplicandola, dal 2008 ad oggi, con iniezioni da record nei due anni di pandemia. Ha contribuito anche la stessa amministrazione Biden, con i suoi piani di stimolo che richiedono la “stampa” di molta più moneta.

La Fed sta comunque tirando rapidamente i remi in barca, da quando l’aumento della liquidità circolante sta creando effetti anche nella vita concreta di tutti i giorni, con la lievitazione sensibile dei prezzi. Da un tasso di interesse che rasentava lo zero, la Fed ha effettuato tre incrementi fino ad arrivare all’1,5% attuale. In giugno è aumentato di 0,75 punti percentuali, il balzo più alto degli ultimi 28 anni. A luglio potrebbe seguire un altro 0,75 in più.

Sul lato delle politiche governative, invece, Biden cerca di combattere il caro-carburanti con un taglio temporaneo delle tasse. Mira a sospendere l’accisa di 18,4 centesimi di dollaro al gallone, ma solo per i tre mesi estivi. Si tratta di una misura che i Democratici stessi avevano sempre osteggiato. Se lo ricorda Obama che aveva accusato di populismo la sua rivale Hillary Clinton, nella campagna elettorale del 2008, proprio sulla promessa di togliere le accise sul carburante. In questo caso, visto il periodo e la vicinanza delle elezioni di Medio Termine, si tratta palesemente di una mossa elettorale. E minerà anche i programmi che Biden stesso ha varato, perché potrebbe sottrarre 25 miliardi di introiti all’anno allo Highway Trust Fund destinato a finanziare il piano per la costruzione di nuove infrastrutture approvato dal Congresso con voto bipartisan. Dato che Biden intende salvare quei progetti, dovrà sottrarre l’importo equivalente ad altri programmi, oppure aumentare il deficit.

Oltre i tre mesi non sono previsti altri tagli alle tasse, mentre il problema di scarsità del carburante (e dunque anche del caro-benzina) potrebbe continuare anche nel 2023, secondo le stime dell’International Energy Agency. Quindi la “vacanza delle tasse” sul carburante è un palliativo, in sostanza. Va bene come mossa elettorale, sempre meglio di nulla, ma difficilmente darà sollievo agli autisti e contribuenti americani.

Le colpe di Biden

Anche qui, va detto, Biden è almeno in parte causa del suo male. Dalla primavera scorsa, ha scaricato la colpa sull’invasione russa (“Putin’s gas hike”) e soprattutto sulle compagnie petrolifere americane. A marzo aveva detto, senza far nomi: “Alcune società stanno aumentando la produzione, ma ad altre piace l’aumento dei prezzi”. Anche la settimana scorsa era tornato sul tema, con tono dirigista: le compagnie devono trovare soluzioni di breve termine per aumentare la capacità di raffinazione. Gli ha risposto Chevron, con una lunga lettera (pubblica). Premettendo che “non ci sono soluzioni facili né risposte a breve termine agli squilibri dell’offerta e della domanda globali, aggravati dall’invasione russa dell’Ucraina”, l’azienda chiede di abbassare i toni della retorica politica. Dopo aver elencato investimenti effettuati e risultati conseguiti, “nonostante questi sforzi, la sua amministrazione ha ampiamente cercato di criticare, e a volte denigrare, la nostra industria. Queste azioni non sono utili per affrontare le sfide che abbiamo di fronte e non sono ciò che il popolo americano merita”.

La prima azione di Biden presidente è stata, appunto, quella di emettere regole contro l’industria petrolifera, con il chiaro intento di mandarla fuori mercato, nel nome di obiettivi ecologici di riduzione delle emissioni di gas serra. Vi sarebbero state conseguenze sui prezzi anche se il mercato mondiale fosse andato a gonfie vele. Ma gli effetti sono ancora peggiori in tempi straordinari come quelli che stiamo vivendo.

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