Una soluzione “alla cinese”: l’approccio della Russia alla tesissima situazione boliviana, culminata nel recente golpe contro il legittimo presidente Evo Morales che ha portato il leader indio all’esilio in Messico, ricorda molto la realpolitik scelta da Pechino in diversi casi in cui Paesi partner o amici conoscono improvvisi sovvertimenti degli equilibri interni. Ovvero nessuna interferenza nello status quo venutosi a creare a patto che le nuove autorità riconoscano accordi e obbligazioni stipulate con la Cina.

La Bolivia non è il Venezuela, molto più strategico e simbolico per Mosca, e la Russia ha, con le dovute cautele, accettato la transizione e l’elezione forzata di Jeanine Anez a presidente della Repubblica ad interim. La Anez è, per certi versi, una figura ancora più grottesca e insignificante del venezuelano Juan Guaidò: esponente del Movimento Socialdemocratico, che controlla solo 4 seggi nel Parlamento boliviano, l’ex vicepresidente del Senato si è politicamente contraddistinta per una continua strumentalizzazione della Bibbia, per gli attacchi contro l’etnia Aymara di cui fa parte Morales (definita “satanista”) e per un radicale rifiuto delle politiche del presidente destituito in cui mal si confondono opposizioni ideologiche e venature razziste. Ma Mosca ha accettato la sua elezione ad opera del Senato, sottolineando però che è avvenuta senza il quorum legale in Parlamento e auspicando nuove elezioni.

Il motivo? Interessi economici legati al grande tesoro della Bolivia che la Russia non vuole perdere: le materie prime. In testa l’uranio, che Rosatom intende cercare con sempre maggior forza nel Paese latinoamericano. Premunendosi contro l’eventualità che un rientro di Morales si trasformi in un’ipotesi remota, Mosca mira a preservare i contratti già stipulati. Aleksey Likhachev, massimo dirigente di Rosatom, ha incontrato l’ultima volta Morales nel luglio scorso, quando il presidente che ha portato la Bolivia fuori dal sottosviluppo ha ricevuto una laurea honoris causa all’Università dell’Amicizia di Mosca e ha concordato con lui e Vladimir Putin un progetto da 300 milioni di dollari per la costruzione di una centrale nucleare a El Alto, sulle Ande. Likhachev ha commentato i sommovimenti politici boliviani ricordando che nulla cambia nei piani di Rosatom: Mosca è nel Paese per massimizzare i suoi interessi, che si estendono anche all’ambito militare ed energetico, con la presenza attiva di Gazprom.

Morales non è riuscito a frenare, come fatto da Nicolas Maduro, l’usurpazione con l’arroccamento sulle forze armate e sulla propria base di consenso. Mosca, di fronte a un sovvertimento rapido, non ha voluto lasciare libera la strategica casella boliviana all’iniziativa degli Stati Uniti e ha provato a premunirsi. Anche perché la Bolivia è fondamentale per un’altra, importante materia prima che fa gola a Rosatom: il litio. Fondamentale per ampliare la produzione di batterie e accumulatori energetici sempre più avanzati, il litio è per l’80% concentrato in Argentina, Cile e Bolivia. Morales ha gelosamente custodito il principio “100% Estatal” per inserire Sucre nel mercato mondiale di una risorsa sempre più ambita (+10% tra 2015 e 2017, 40mila tonnellate usate in quest’ultimo anno) in posizione di forza, ma ha progressivamente dovuto aprirsi a collaborazioni tattiche.

La prima necessità è stata legata al reperimento di capitale tecnologico mancante in un Paese rimasto a lungo tra i più poveri delle Americhe. Come scrive l’Agi, in Bolivia la fonte principale di litio “è il Salar de Uyuni, un’enorme distesa salina di oltre 10 mila chilometri quadrati a 3.600 metri di altitudine” in cui l’estrazione è altamente complicata. Per questo “nel 2018 è stato firmato un accordo con una società tedesca, la Aci Systems Alemania GmbH, per lavorare nell’Uyuni. Lo scorso febbraio, poi, è stato annunciato un altro accordo, questa volta con una società cinese, da 2,3 miliardi di dollari”. I russi vorrebbero essere i prossimi a partecipare a un banchetto tanto importante. E sono persino disposti a sacrificare un alleato fedele come Morales, per premunirsi. La durezza delle logiche strategiche e geoeconomiche in un’era di elevata conflittualità, competizione e scontro tra potenze porta anche a compiere scelte ideologicamente ben poco comprensibili.

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