Le nuove strategie europee per costruire un mercato dei capitali all’altezza delle dimensioni di quello produttivo, commerciale e industriale del blocco dei Ventisette prendono forma, e si iniziano a cogliere le vie con cui la Commissione Europea, la Banca centrale europea e le autorità monetarie europee intendono portare queste istituzioni fino a uno stadio tale da rendere possibile la concorrenza con gli altri sistemi globali, in primis quello statunitense.
Mentre l’America vara il “capitalismo nazionalista“, unendo la forza della sempre più attiva autorità federale nell’economia, il rilancio della postura strategica della finanza privata e una forma di osmosi crescente tra investimenti e sicurezza nazionale, l’Europa deve superare diverse forme di frammentazione. Ne possiamo elencare almeno tre.
La prima è legata all’oggettivo ritardo dell’Unione Europea nel governare prodotti finanziari innovativi e nel regolamentare i sistemi di pagamento digitali, le stablecoin, il trading in criptovalute tradizionali e via dicendo. Segue, a ciò, la difficoltà dei mercati dei capitali a espandersi oltre il paradigma bancocentrico e a generare ritorni di scala per imprese, investimenti strategici e benessere diffuso. Last but not least, esiste il problema della frammentazione e dell’assenza di prodotti europei comuni, oltre che di una Borsa europea transfrontaliera.
Due proposte per cambiare la finanza europea
Per ovviare a questi problemi, diversi pacchetti di riforme sono agli studi dei decisori europei. Nei giorni scorsi il Financial Times ha segnalato la prima mossa su cui la Commissione Europea e la Banca centrale europea, guidate rispettivamente da Ursula von der Leyen e Christine Lagarde, stanno lavorando, potenzialmente dirompente: un autorità di vigilanza unica per gli scambi finanziari europei capace di gestire le clearing house per i titoli più volatili, le regole di scambio sui prodotti più difficili da governare,
“Un’autorità di vigilanza unica, modellata sulla Securities and Exchange Commission degli Stati Uniti, è considerata un passo significativo verso il completamento dell’unione dei mercati dei capitali“, nota il Ft, aggiungendo che molti Paesi stanno provando a capire come si strutturerà perché “l’idea più controversa è quella di ampliare i poteri dell’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (Esma)” fino al massimo della sua possibilità. Si parla addirittura di una capacità affidata all’Esma per poter dirimere le dispute tra i maggiori attori nel risparmio gestito.
Chiaramente questa proposta, che mira a toccare i primi due punti dei tre sopra citati, rischierebbe di essere monca e fine a sé stessa se non supportata da un’analoga manovra per uniformare il trading e le regole di ingresso al mercato nel miglior modo tale da minimizzare le differenze tra Stati dalle peculiarità molto diverse.
La logica, dunque, è chiara: se centralizzazione deve essere, deve agire su più fronti. Per questo non è impossibile collegare le recenti indiscrezioni del Ft alle proposte sempre più impellenti di procedere alla creazione di un mercato unico dei capitali su scala europea. Le proposte sono venute dal cancelliere tedesco Friedrich Merz e dal Ceo di Euronext, gruppo paneuropeo di borse che racchiude Amsterdam, Parigi e Milano, Stéphane Boujnah.
Start-up, finanza e competitività
Come nota Euronews, “l’idea di un’unione dei mercati dei capitali più profonda e integrata, in parte progettata per offrire alle start-up un facile accesso a un’ampia riserva di capitali, è in divenire da un decennio, con i critici dell’attuale assetto europeo affermano che la frammentazione ostacola la crescita, spingendo le aziende a lasciare l’Europa per le borse statunitensi”. Le due proposte, sommate, rappresentano un’architrave della proposta del rapporto sulla Competitività Europea firmato nel 2024 da Mario Draghi, che ad esso aggiunge anche una spinta all’integrazione tra istituti bancari già messo in atto attivamente da molte banche italiane.
Lo scenario di riferimento è chiaro. Quando singole imprese di Wall Street valgono più di intere borse europee, quando si pensa ai pesi e alla scala degli investimenti che progetti come lo sviluppo dell’intelligenza artificiale richiederanno e quando assistiamo alla fuga di 300 miliardi di euro di risparmi europei verso i mercati americani ogni anno, la questione appare più di “quando” che di “sé”. Sapranno però i Paesi europei capaci di fare quel salto necessari a mettere in comune una sponda decisiva per il mercato unico? La grande domanda, la più legittima, vede la risposta in capo agli Stati. E potrebbe risolversi solo su un periodo molto lungo per le esigenze europee.
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