Capire un Paese vuol dire prima di tutto impregnarsi della sua geografia. Avvicinandosi a Doha, la capitale dell’emirato, si percepisce già, attraverso l’oblò, la pesantezza del sole bruciante. Un’estensione di sabbia a perdita d’occhio, alcune rocce fra le quali si intuisce la vita pressoché impossibile. Il clima che regna è uno dei più inospitali del pianeta.

Le temperature raggiungono i 60 gradi in estate e le precipitazioni sono quasi inesistenti. Per i miracoli dell’evoluzione, alcune rare specie si sono adattate a questa fornace, come l’orice (un tipo di antilope), che è l’animale nazionale. Quanto agli uomini, si capisce che si siano fatti tradizionalmente piccoli dinanzi all’immensità del deserto: raggruppati in tribù sparse e nomadi, drappeggiate con ampi tessuti, che commerciano le magre risorse offerte dal mare vicino, in particolare le perle. Per un colpo del destino, quel traffico si arresterà agli inizi del XX secolo, con la diffusione delle perle sintetiche in Giappone, che fece crollare i prezzi, all’epoca già mondiali. Alla metà del XX secolo, Doha rimaneva un piccolo borgo di circa 16.000 anime.

Perché la vita sia possibile su larga scala in un ambiente così ostile, occorre che essa sia letteralmente indipendente dal suolo, provvista di artifici che consentono di rimediare alla mancanza di acqua, di vegetazione, di calorie, e di lottare contro lo stordente calore. È qui che la storia del Qatar si congiunge con quella del capitalismo: quest’ultimo è stato spesso descritto come un processo indipendente dal suolo che, attraverso il commercio perpetuo, consente modi di vita e di consumo privi di correlazione con gli ecosistemi e con i loro limiti. Il Qatar, come la maggior parte degli emirati vicini e la stessa Arabia saudita (che vi si è convertita molto rapidamente), spinge questa logica all’estremo. Per questo lo «stadio Qatar» del capitalismo è affascinante: sotto i nostri occhi, un’efflorescenza di vita quasi esclusivamente indipendente dal suolo.

Un “miracolo” nel deserto

Fin dall’arrivo, il problema dell’acqua ossessiona. Lungo la strada che conduce dall’aeroporto al centro città non cresce neanche un filo d’erba in una terra ingiallita, seccata dal sole e dura quasi quanto la roccia. Ma, quasi dappertutto, ecco delle aiuole, dei lunghi isolotti di verde. Un colpo d’occhio e si indovina l’onnipresenza dei sistemi di innaffiamento: niente, o quasi, crescerebbe senza un apporto costante di acqua.

Da dove viene? Le informazioni ci dicono che tutta l’acqua dolce del Paese è acqua di mare desalinizzata. Per ottenerla la si fa bollire bruciando del gas, poi la condensazione permette di recuperare acqua dolce. Lo spreco di energia è vertiginoso: non appena si scorge una fontana, un albero, un’aiuola erbosa, bisogna rendersi conto delle migliaia di metri cui di gas che sono state necessarie per ottenere ciò che altrove la pioggia e le montagne offrono gratuitamente. Per il Paese, la questione è strategica. In periodo di stress idrico, ci sono solo alcuni giorni di riserva. Se le officine di desalinizzazione subissero un malfunzionamento (o venissero attaccate), il ricchissimo emirato tremerebbe rapidamente sulle sue basi.

Per come noi lo conosciamo, il Qatar è un Paese giovane. Fino al 1968 l’emirato è sotto tutela inglese, poi viene protetto dallo scudo americano. Gli Stati Uniti vi hanno ancora una base militare (colpita recentemente dall’Iran ndr). Il Qatar è indipendente soltanto dal 1971 e si pone subito sotto l’ala del grande fratello saudita. Il Paese è profondamente tribale: dalla fine del XIX secolo, la famiglia Al Thani è al potere. È un clan immenso, al quale sarebbe affiliato poco meno di un quinto della popolazione. I matrimoni fra cugini, vicini o lontani, sono comuni.

È all’interno del clan Al Thani che nasce il Qatar attuale: nel 1995, il principe ereditario Hamad rovescia il padre Khalifa mentre costui si trova in Svizzera. In quel momento, il Qatar è in ritardo rispetto ai suoi vicini, fra i quali Dubai. Hamad Al Thani li tiene d’occhio e vuole modernizzare il Paese: sfruttare fino in fondo la rendita del gas, attirare gli investimenti stranieri, far uscire dal deserto i più alti grattacieli e fare del paese un attore di primo piano sulla scena mondiale. In questo senso, l’emirato qatariota festeggia quest’anno il trentesimo anniversario del suo ingresso nel capitalismo. È un giovane adulto che esce da un’adolescenza esuberante. È forse venuto il momento di stilare un primo bilancio.

Perché il Qatar è il laboratorio del capitalismo

L’associazione storicamente molto intima fra il capitalismo e lo sfruttamento delle energie fossili è stata sottolineata innumerevoli volte. In Qatar, essa è spinta all’estremo. C’è poco petrolio, ma molto gas. Quasi tutto ciò che si vede, al di fuori della sabbia, non è altro che gas trasformato. L’acqua dolce, lo abbiamo detto, è gas che è bruciato. Ma non è tutto qui: all’incica il 90% di tutto quel che il paese esporta è gas. In altri termini, quando il paese acquista qualcosa – dall’alimentazione (importata per quasi l’80%) alla squadra di calcio del Paris-Saint Germain –, è perché ha precedentemente venduto gas per procurarsi dollari. Il Paese emette dieci volte più CO2 pro capite della Francia, cosa che ne fa il maggiore emettitore del mondo.

La manna gassosa ha consentito alla città di Doha di uscire dalla terra in un batter d’occhio. Pochissimi edifici hanno più di dieci o quindici anni. Una superba metropolitana è stata costruita in un tempo minimo. Soltanto il souk Waqif, graziosamente restaurato, ricorda quella che ha potuto essere la città qualche decennio prima. Il resto è fatto di marmo, di materiali nobili provenienti dai quattro angoli del mondo, e spesso si distingue per il suo gigantismo. Contrariamente ad altre città del pianeta che sono diventate grandi per la sedimentazione dei secoli, Doha è nata grande.

Si capisce perché i numerosi espatriati possano condurvi una vita gradevole: tutto è funzionale, pulito, ben mantenuto, hi tech. Ma la frequentazione dei viali usciti dalla sabbia in pochi anni lascia anche una sensazione di incompletezza: ci si sente soli. Come se quella scaturigine fosse in definitiva un po’ troppo grande. A causa del calore schiacciante, le vie sono vuote per quasi tutta la giornata. La vita sociale si svolge in immensi centri commerciali climatizzati, dei malls all’americana. Ma anche lì si ha l’impressione che non ci sia nessuno o quasi. Negli edifici di uffici, interi piani sono deserti. Numerosi europei che hanno visitato New York nel passaggio fra il XIX e il XX secolo, da Werner Sombart a Boni de Castellane, sono stati colpiti da un paese preso dalla dimisura. Un secolo dopo, è la stessa sensazione che prevale a Doha.

Schiavitù moderna

Questa sensazione di vuoto, in infrastrutture gigantesche, si spiega anche in parte per la struttura demografica del Paese. Se la famiglia Al Thani controlla la totalità del Paese – lo sfruttamento del gas, la banca centrale, le grandi imprese, il fondo sovrano, i club sportivi., ecc. –, i qatarioti sono assai poco numerosi: rappresentano meno del 10% della popolazione. Il Qatar è così la monarchia del Golfo che è la minore proporzione di nativi. Questi qatarioti godono di notevoli privilegi. Le rendite consentono un altissimo livello di vita (pare che circa il 18% dei qatarioti sia milionario in dollari). Le cure e numerosissimi servizi sono gratuiti. L’acqua è gratuita (il che spiega il fatto che è sovra-consumata malgrado la sua rarità, con un consumo pro capite due volte superiore a quello di un francese).

Nella quotidianità non si incrocia mai, per così dire, uno dei qatarioti – che, per la maggior parte, non hanno assolutamente bisogno di lavorare. All’interno della Qatar Airways, eletta migliore compagnia aerea del mondo pressoché ogni anno, neppure un qatariota lavora fra il persinale di bordo. Nella metropolitana, negli alberghi o nei ristoranti, i lavoratori sono indiani, pakistani, filippini, libanesi, maghrebini o africani. Costituiscono il 90% della popolazione, spesso con status molto precari. Questa manodopera immigrata fa funzionare il Paese quotidianamente: anche in questo caso il lavoro è indipendente dal suolo, perché la quasi totalità delle attività produttive è a carico di stranieri. Sovente, costoro sono venuti per il tramite di agenzie di reclutamento, nel quadro di contratti che proibiscono loro di rientrare nei paesi d’origine per molti anni. All’ingresso di un albergo, simpatizzo con un indiano, Rahul. Ha una bambina di cinque anni e mezzo. Non l’ha vista da quando ne aveva tre. Il suo contratto in Qatar è stabilito per una durata di tre anni e potrà lasciare il paese soltanto fra sei mesi.

Bisogna parlare di schiavitù moderna? Alcuni autori non esitano a fare questo passo. Durante i lavori dei cantieri in preparazione della Coppa del mondo di calcio, sarebbero morti circa 6.500 lavoratori stranieri, spesso per insufficienza cardiache legate al calore. Le condizioni sono migliorate in questi ultimi anni, ma rimangono difficili. Comunque stiano le cose, questa realtà umana è forse il volto nascosto più oscuro della rendita del gas: la manna tratta dal gas consente di finanziare orde di lavoratori poveri, che sbarcano da tutti i Paesi on un raggio di varie migliaia di chilometri. I qatarioti – e i ricchi espatriati che lavorano nel settore della finanza o dei servizi – hanno a disposizione braccia in numero pressoché illimitato. Una quantità di gesti quotidiani – trasportare una valigia nella propria camera, aprire una porta, portare il proprio bambino, ecc. – vengono dimenticati, perché c’è sempre a pochi metri un lavoratore per farlo.

Un futuro incerto

Anche in questo caso siamo di fronte a quella che potremmo chiamare un’esperienza-limite di sociologia. Che cosa accade a un popolo che gode di una rendita immensa e si vede dispensato, quasi dall’oggi al domani, da ogni lavoro e da ogni sforzo? L’obesità sta esplodendo ed è particolarmente visibile nelle donne e nei bambini. Questi ultimi sembrano incollati – ancor più che altrove – a schermi all’ultima moda, e spesso ciò accade fin dall’età della carrozzina. Il paese ha messo in atto un sistema di educazione, ma che stimolo c’è a lavorare quando dal flusso della rendita da gas viene garantito un tenore di vita principesco? La difficoltà di formare delle élites scientifiche o intellettuali è una sostanziosa sfida per il Qatar.

Cosa resterà del Qatar dopo il gas? Se il flusso si prosciugasse oggi, la catastrofe sarebbe immediata: l’acqua smetterebbe di scorrere, la manodopera straniera smetterebbe di affluire e forse la sabbia riprenderebbe il sopravvento sul marmo e sul vetro. Questa visione fantomatica è forse ciò a cui Doha è promessa fra un secolo.

C’è però un altro scenario al quale le élites qatariote vogliono credere: un futuro brillante senza il gas sarebbe possibile. Ancora una volta, si tratta di un’affascinante esperienza di sociologia: fino a che punto un modello letteralmente indipendente dal suolo è mantenibile? Se un domani il Qatar non produrrà più gas, dovrà trovare in altro modo i dollari di cui avrà bisogno per acquistare le risorse che il suo suolo non produce. Per fare questo ci sono due modi: o creare un luogo attraente in cui turisti e ricchi stranieri verranno a spendere i loro soldi, oppure detenere partecipazioni all’estero, che assicureranno al paese un flusso di dividendi che gli permettano di continuare a vivere. È in questa scommessa folle ed incredibilmente rischiosa che oggi il Qatar si è lanciato. Da questo punto di vista, alcune élites qatariote spingono all’ammirazione: si incrociano uomini capaci di pensare ad un orizzonte lontano parecchi decenni.

Gli sforzi dispiegati per aumentare la capacità attrattiva del Qatar sono titanici. Non soltanto il Paese è un paradiso fiscale, ma investe considerevolmente nelle attività del tempo libero, negli eventi sportivi, nei musei, nei parchi acquatici e via dicendo. Il paese intende addirittura imporsi come un centro mondiale del consumo, con uno dei più grandi centri commerciali del pianeta, il «Mall of Qatar»: 500.000 metri quadri di negozi, spesso di lusso, sotto un’immensa cupola di vetro: con ogni evidenza, uno dei templi del capitalismo mondiale.

Ma il futuro del Qatar, nella mente delle sue élites, è soprattutto l’acquisto massiccio di risorse strategiche sul pianeta attraverso l’onnipotente fondo sovrano Qia (Qatar Investment Authority). Da due decenni si intensificano gli acquisti, a Londra (The Shard, Harrods, Borsa di Londra) e a Parigi (Paris Saint-Germain, alberghi di lusso, partecipazioni in Lagardère, Accor, Airbus, Vinci, Lvmh ecc.). Agli inizi del suo mandato presidenziale, nel 2008, Nicolas Sarkozy ha fatto un enorme regalo fiscale al Qatar esonerando dalle tasse i dividendi e i plusvalori percepiti dai qataroti in Francia: sarebbe interessante tradurre in cifre il costo di quella decisione per le finanze pubbliche, nonché il suo impatto sulla perdita di risorse importanti per la Francia. In modo più discreto, su tutto il pianeta vengono acquistate terre agricole e infrastrutture portuarie. Il paese, che dipende enormemente dalle importazioni per la propria alimentazione, intende rafforzare la propria autosufficienza controllando direttamente grandi infrastrutture produttive all’estero, nonché le vie di trasporto. Questa corsa all’acquisto del mondo può essere interpretata come un tentativo di sfuggire alla maledizione dell’esaurimento del gas.

Il tempo della preghiera

Anche se una gran parte della vita quotidiana dei qatarioti gira attorno allo shopping mall e dei marchi di lusso che vi vengono esibiti, l’orgia del consumo è sospesa durante il tempo della preghiera. In Qatar il richiamo del muezzin, diffuso ovunque nello spazio pubblico, ha per il turista un che di epifania: è un fondo culturale che risorge, più volte al giorno, per ricordare che il paese non è solamente una terra di grattacieli e di merci. È forse l’unica cosa che, qui, non è artificiale. Il wahabismo è stato adottato per far piacere al clan Al Thani (a causa di uno storico legame familiare), ma sotto una forma meno puritana che in Arabia saudita. Ciononostante, la sharia viene strettamente adottata e il paese, attraverso i Fratelli musulmani, pesa sempre più pesantemente sul piano diplomatico al di là delle proprie frontiere. È un’altra conseguenza della sua ascesa sulla scena del mondo.

Avrà successo, il Qatar, nella sua scommessa? Il capitalismo indipendente dal suolo può perdurare indefinitamente? I gioiosi consumatori che riprendono l’aereo all’Hamad International Airport – ovviamente considerato il migliore aeroporto del mondo – non sembrano assolutamente porsi questo tipo di interrogativi. Nel momento in cui l’aereo decolla e il profilo degli ultima grattacieli scompare nella vivida luce del golfo Persico, e soltanto le distese desertiche continuano a vedersi, è venuto il momento di meditare su un aforisma di Nietzsche contenuto nel suo Aurora: “Non prendiamo noi il cammino più corto per trasformare l’umanità in sabbia? Una sabbia fine, morbida, rotonda, infinita!”.

Da “éléments” numero 216 (ottobre-novembre 2025) e “Diorama Letterario”.

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