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Ha fatto discutere gli analisti finanziari e gli addetti ai lavori la mossa del Ceo di Unicredit, Andrea Orcel, di proporre un’offerta pubblica di scambio sull’intero capitale di Banco Bpm, di recente sotto i riflettori per l’operazione che l’ha portata a consolidarsi nel capitale di Monte dei Paschi di Siena. Una mossa che serve, nell’ottica di Piazza Gae Aulenti, a ristabilire un principio: l’ordine della finanza italiana o resterà bipolare o tale non sarà, complice il fatto che il legame tra finanza, mondo assicurativo, reti politiche e poteri territoriali sconsiglia, agli occhi dei due giganti Unicredit e Intesa San Paolo, qualsiasi tentazione di “terzo polo”, anche sotto forma di alleanze tra istituti.

Orcel si è mosso lanciando, al tempo stesso, un aumento di capitale della banca da lui guidata e un’Ops dal valore di 10 miliardi di euro sul gruppo di Piazza Meda, il cui ad Giuseppe Castagna di recente aveva evocato il ruolo di terza forza bancaria italiana per Bpm. La manovra, nell’ottica di Unicredit, è l’equivalente dell’operazione Ubi lanciata da Intesa nel 2020. E Bpm era la più interessante opportunità d’espansione per Piazza Gae Aulenti, visto e considerato il fatto che delle principali banche di media taglia italiane l’alternativa, Bper, gode della protezione di un colosso come Unipol.

Stato contro mercato

L’operazione avrà tempi lunghi, dato che Orcel punta a formalizzarla entro giugno 2025 e da quì in avanti Castagna, che dell’autonomia di Banco Bpm ha fatto una gelosa aspirazione, organizzerà la difesa contro la scalata esterna di un colosso che, con l’aggregazione, diventerebbe la terza banca d’Europa per volume d’affari. In attesa della formalizzazione dell’Ops, si possono già porre sul tavolo dei temi di riflessione.

Il primo, fondamentale, è che non è Monte dei Paschi di Siena l’obiettivo di Orcel, come ha evocato vicepremier Matteo Salvini criticando l’iniziativa. Orcel è stato scelto come ad di Unicredit proprio per tamponare l’ipotesi di una corsa della banca milanese a Rocca Salimbeni che l’ex manager di Ubs e Merryl Lynch ha sempre voluto prevenire.

Piuttosto, l’ingresso del Banco nel capitale di Mps ha mostrato due dinamiche che Orcel ha mirato a prevenire: da un lato, la creazione di una dinamica “salottiera” nel capitale del Monte, vista la parallela presenza dei capitali di Delfin (la finanziaria della famiglia Del Vecchio) e del costruttore Caltagirone nella banca senese; dall’altro la volontà di rimettere al centro il mercato di fronte a un’operazione di disinvestimento da Mps dello Stato vista come orchestrata dalla politica del governo Meloni. “Il mercato si è preso la rivincita”, commentava a caldo ieri con Milano Finanza un banchiere milanese.

Filiali e risparmio, il matrimonio Unicredit-Bpm e il nodo Anima

Il secondo punto da sottolineare è legato proprio alla ratio di mercato dell’operazione. E qua il campo va diviso tra l’interesse di Unicredit per l’attività di Banco Bpm e quello per le sue partecipazioni. In campo di attività bancaria, Unicredit vuole portarsi in dote un “gioiello” da oltre 5,3 miliardi di euro di fatturato e 1,26 miliardi di utile ben radicato tra Lombardia, Veneto e Piemonte, nel cuore del motore economico del Paese dove su molti dossier spadroneggia Intesa. La storia del gruppo di Piazza Meda, nato dalla fusione tra il veronese Banco Popolare e Banca Popolare di Milano, spiega questo consolidamento territoriale, che per Unicredit può creare virtuose economie di scala.

Sul piano delle attività non direttamente bancarie, va sottolineato che con una quota di quasi il 20% Banco Bpm è il primo azionista di Anima Holding, che gestisce l’omonima Società di gestione del risparmio (Sgr) che mobilita patrimoni per 190 miliardi di euro. Il 6 novembre Bpm ha lanciato un’offerta pubblica d’acquisto sull’intero capitale di Anima. Se questa entrasse nel perimetro di Unicredit, consentirebbe di rafforzarne le posizioni in termini del principale target con cui il secondo istituto italiano fa profitto, il margine d’intermediazione a cui contribuiscono sia i proventi da prestiti e interessi sia, soprattutto, le plusvalenze e le commissioni su servizi e grandi operazioni mobilitanti masse importanti di capitale. Ad esempio nel terzo trimestre 2024 è stato l’aumento delle commissioni (+8,5%) a compensare per Unicredit il calo del margine d’interesse (-1%) e permettere all’utile di toccare quota 3,69 miliardi di euro, ben oltre il consenso degli analisti (3,4 miliardi).

Nodo Commerzbank

Infine, è bene considerare l’impatto dell’operazione in materia di consolidamento continentale di Unicredit e in generale del sistema bancario europeo, in cui l’Italia è oggigiorno un esempio di dinamismo. In ossequio alla prescrizione ricordata da Mario Draghi nel suo rapporto sulla competitività europea, il sistema bancario italiano punta a un crescente consolidamento. E l’aumento di capitale che Unicredit imporrà per l’Ops su Bpm tornerà utile anche per gestire il più caldo dei dossier fuori dall’Italia, ovvero Commerzbank, banca nel cui capitale Unicredit è salita al 9% e potenzialmente al 21% tramite derivati.

Le economie di scala necessarie a gestire un ampliamento del perimetro del gruppo fuori dall’Italia possono essere conseguite solo rafforzando le linee interne, e Bpm sarebbe utile alla bisogna. Però, se da un lato l’operazione Bpm consolida la credibilità di Unicredit come colosso europeo, dall’altro dà credibilità alle parole di Orcel sul fatto che non sia la scalata totale a Commerz l’obiettivo dell’istituto milanese. Con la campagna elettorale tedesca pronta ad aprirsi e una Germania in ambasce, la mossa avrebbe criticità politiche oltre che economiche. Meglio, in quest’ottica, il vecchio usato sicuro dell’espansione interna. Per ristabilire un ordine bipolare che, in fin dei conti, fa comodo anche alla rivale Intesa.

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