C’è un’Italia che corre e si consolida all’estero senza che il sistema, soprattutto quello politico, si accorga di quanto possa essere fondamentale il suo sviluppo oltre i confini nazionali. Le parole della politica sui deal di Unicredit con Commerzbank e di Generali con Natixis lo confermano. Sul caso della scalata della banca di Piazza Gae Aulenti a oltre un quarto del capitale del secondo istituto tedesco, che può potenzialmente portare in dote una ricca plusvalenza, avevamo visto le bordate della Lega, con Matteo Salvini che poi ha unito la partita a quella dell’Opa di Unicredit su Bpm mettendo in dubbio l’italianità del gruppo guidato da Andrea Orcel.
L’affare Generali-Natixis
Di recente, invece, è stato Fratelli d’Italia ad alzare l’asticella della critica aprendo il fronte sul Leone di Trieste per l’accordo che creerà una joint venture con il colosso francese Natixis per il risparmio gestito con sede a Amsterdam. “L’operazione, alla luce di quanto si legge e di quanto reso noto dalla compagnia, rischia di avere impatti rilevanti per l’Italia”, ha notato il capogruppo nella Commissione finanze del Senato di Fdi, Fausto Orsomarso, che nota come nella costituenda società “a fronte delle masse conferite costituite in gran parte dal risparmio nazionale, si aggiungono 15 miliardi di capitale di avviamento” forniti da Generali e non da Bpce, il gruppo francese controllante Natixis.
I timori del partito di Giorgia Meloni sono legati al fatto che una fusione potrebbe portare fuori dall’Italia il controllo del debito pubblico gestito da Generali. Ma guardando alle dinamiche di mercato, l’operazione con Natixis è potenzialmente favorevole a Generali, che si troverebbe ad avere un ruolo paritetico nella gestione di un patrimonio di risparmi dal valore vicino ai 1.900 miliardi di euro.
Infatti, come ricorda il Financial Times, “Natixis gestisce 1,2 bilioni di euro di asset”, mentre “al 30 settembre, Generali aveva 632 miliardi di euro di asset in gestione, gestiti attraverso una piattaforma di 12 società di gestione patrimoniale affiliate”. L’alleanza può creare diversificazioni e ampliamento delle prospettive del business dal ramo finanziario tradizionale al settore assicurativo. Interessante, poi, come in un Paese in cui spesso la politica abdica alle proprie prerogative decisionali su molti campi si senta, troppo spesso, la necessità di chiedere una preferenza nazionale sulle dinamiche di mercato, quasi come se il via libera della politica di turno fosse necessario per dare il via libera a operazioni di espansione.
La politica e il trauma della Fiat su Generali e Unicredit
In Italia strumenti come il golden power, ovvero i poteri speciali che possono portare il Governo a prescrivere dei dettami su un’operazione qualora si ritiene possa comportare danni alla sicurezza economica o strategica nazionale, sono stati estesi al mondo finanziario-assicurativo ma vengono spesso utilizzati come deterrente o spettro per far desistere gli operatori dalle operazioni. Facendo pensare, dunque, a un possibile condizionamento della politica sulle stesse e depotenziando il ruolo stesso degli strumenti di tutela.
Aggiungiamo a ciò il “trauma della Fiat”, ovvero il timore che l’estensione internazionale di un gruppo possa essere premessa del suo abbandono del sistema-Paese, e la frittata è fatta. Ma se si accetta il sistema internazionale di mercato, ci si bea delle eccellenze del Made in Italy che crescono nel mercato quando ciò riguarda agroalimentare, moda e prodotti di massa, si glorificano i dati dell’export come indice della tenuta dell’Italia, perché non si può fare lo stesso delle capacità gestionali di un sistema finanziario che spesso si è ritenuto, colpevolmente, in crisi rispetto alla media europea? Perché un miliardo di euro di utili fatto da Orcel con Unicredit o Philippe Donnet con Generali deve essere, nei fatti, letto diversamente da un analogo risultato della Ferrari o di Giorgio Armani?
Il rischio del provincialismo italiano
Per Politico.eu il nodo fondamentale è il fatto che il Governo italiano teme un disimpegno di gruppi come Unicredit e Generali dal debito pubblico nazionale: il Ministero dell’Economia e delle Finanze per l’anno in corso “pianifica attualmente di vendere fino a 350 miliardi di euro in titoli, quasi 1 miliardo di euro al giorno, per finanziare il bilancio 2025 e rifinanziare tutte le vecchie obbligazioni in scadenza. Secondo gli analisti di Barclays, ciò include 73 miliardi di euro dalla Banca centrale europea, che, cosa fondamentale, sta ora riducendo le sue partecipazioni dopo un decennio di acquisti di asset”.
Ma in un quadro europeo di crescente consolidamento tra istituzioni finanziarie comunitarie, avere attori italiani del ramo bancario e assicurativo capaci di costruire le inevitabili alleanze con i fondi internazionali, di sviluppare catene del valore che superino i confini italiani e di allearsi solidamente con elementi puramente italiani del sistema (le fondazioni per Unicredit, Mediobanca per Generali) fa il gioco di tutti e non vale contestare una parte del sistema se non si ha la forza e il coraggio di metterlo in discussione nel suo complesso. Gli attori di mercato fanno squadra e sistema-Paese, la politica sembra andare a ruota e ripetere slogan: meglio glorificare l’export di porchetta e pistacchio che studiare il radicamento delle aziende-guida del Paese fuori dall’Europa, è meno rischioso in un’Italia che nel mercato comunitario appare ancora con mentalità provinciale.

