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La mossa di Unicredit su Commerzbank e il muro alzato dal governo tedesco di Olaf Scholz contro l’ipotesi di una crescita del gruppo di Piazza Gae Aulenti nella seconda banca tedesca hanno aperto una delle partite finanziarie più interessanti nel 2024. E mette alla prova sul campo, fin dalle prime battute, quella che Mario Draghi nel suo rapporto sulla competitività dell’Unione Europea ha presentato come una via maestra per rilanciare il Vecchio Continente.

La scalata di Unicredit continua

Lo avevamo scritto appena l’ampio, dettagliato e interessante rapporto di Draghi sulla competitività europea era stato pubblicato: la Germania si sarebbe messa di traverso alla realizzazione delle sue strategie più ambiziose. E la levata di scudi di Scholz contro la manovra di Andrea Orcel, che ha portato Unicredit a scalare prima il 9% e poi il 21% del capitale del gruppo di Francoforte, lo dimostra.

Draghi nel suo rapporto chiede nei settori strategici più integrazione di filiera, consolidamenti e, in prospettiva, fusioni transfrontaliere tra grandi gruppi. Un fatto che nel mondo bancario europeo è stato rarissimo, e al massimo legato a scalate da parte di banche di grande taglia su istituti minori (come l’attività di Credit Agricole in Italia insegna).

Certo, c’è un avallo al consolidamento da parte della Banca centrale europea per spingere a unire attività e creare economie di scala e Draghi, ex presidente della Bce, interviene in un contesto già segnato da diverse ricerche come il paper dell’Eurotower del 2021, Bank mergers and acquisitions in the euro area: drivers and implications for bank performance, che invita a costruire processi di fusione per aumentare il reddito. Un processo, questo, che in Italia abbiamo visto all’opera da tempo. E che con Unicredit acquisisce una taglia nuova. Ma che a Berlino è stato considerato alla stregua di un’onta.

Il triangolo Orcel-Scholz-Draghi

Orcel, per rassicurare Berlino, ha dovuto ricordare la reale taglia delle ambizioni di Piazza Gae Aulenti, escludendo prima l’ipotesi dell’offerta pubblica d’acquisto per l’intero capitale e poi addirittura la volontà di conquistare posti nel consiglio d’amministrazione di Commerzbank. Scholz, dopo che la sua Spd si è ripresa nel voto locale del Brandeburgo, ha preso gusto alle prese di posizione “sovraniste”. E del resto non si può ridurre a velleità di poco conto l’oggettiva preoccupazione della cancelleria di Berlino. Capitale che, al contrario di Parigi, ha visto il suo sistema meno avvezzo all’avventurismo finanziario estero. E dunque ha un riflesso maggiormente protettivo verso il proprio sistema industriale.

Pesano, nella preoccupazione di Scholz, molte questioni: il peso dei sindacati dentro Commerzbank e gli altri istituti finanziari, che pone una pressione sulla tutela dei posti di lavoro; la strutturale fragilità del sistema finanziario tedesco, dalle casse rurali locali alle grandi banche, tra bilanci critici e passività accumulate che preoccupano; il timore che in questa fase di ridotta competitività del sistema tedesco l’ingresso di Unicredit possa condizionare il tessuto industriale e il suo legame con la finanza. Preoccupazioni che rappresentano altrettanti freni al pieno sdoganamento del modello dei consolidamenti auspicato da Draghi. E che Orcel, cui preme diversificare e espandere il gruppo, ha ben compreso.

Quando la Germania alza il muro sulle fusioni

In passato almeno tre volte la Germania ha alzato il muro dei suoi poteri politici per condizionare un processo industriale che riguardava il suo tessuto. Nel 1990 fu Helmuth Kohl, cancelliere artefice della riunificazione del Paese, a spingere per fermare la fusione tra l’italiana Pirelli e il produttore di pneumatici Continental, auspicata dalla società di Milano per costruire un campione europeo capace di sfidare Bridgestone, Michelin e Goodyear.

Nel 2012 Angela Merkel fermò invece il processo di fusione tra il colosso dell’aeronautica e della Difesa franco-tedesco Airbus e la britannica Bae (già British Aerospace), temendo di veder diluito il peso di Berlino al suo interno. Sempre la Cancelliera nel 2017 intervenne sulla francese Psa, poi confluita in Stellantis, per subordinare l’acquisto della Opel da General Motors alla tutela della produzione in Germania.

Unicredit-Commerzbank e il modello Draghi

Il sistema capitalistico tedesco ha una forte predilezione per le priorità nazionali di stampo occupazionale e produttivo rispetto all’avventurismo finanziario. E questo sistema pressa Scholz, spingendolo a porre i freni che conosciamo a Unicredit.

La banca di Piazza Gae Aulenti prende le misure di questo irrigidimento e continua la sua strategia di espansione, mentre il vero dato che si può trarre dalla ricerca di distinguo da parte di Scholz sulla scalata di Unicredit, con Berlino che vuole evitare che il controllo sulla banca si sposti all’estero, è politico. E ci parla del fatto che l’Europa auspicata da Draghi sarà realizzata se e solo se a permetterlo sarà la Germania. In un’Europa con la Commissione guidata da Ursula von der Leyen, connazionale di Scholz, un tema non secondario.

Come ha ricordato a Il Sussidiario Giulio Sapelli, storico dell’economia a lungo docente all’Università degli Studi di Milano, “il punto è che si ritiene che il concerto delle nazioni europee dovrebbe muoversi secondo quanto auspicato nel documento curato dall’ex Presidente della Bce, ma quanto sta accadendo dimostra che non è così: una fusione Unicredit-Commerzbank sarebbe perfettamente in linea con il Rapporto Draghi, ma il Governo tedesco non la vuole”. E questo dice molto della possibilità di applicare, fino in fondo, le proposte di politica economica indicate nel report.

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