La politica dà semaforo verde al risiko bancario che sta prendendo piede attorno agli istituti italiani. Succede nel Belpaese come in Germania. E il tutto a pochi giorni dal round decisivo dell’assemblea dei soci di Generali, prova definitiva degli equilibri di sistema che ruotano attorno alle scelte degli attori-chiave della finanza nazionale.
Il risiko bancario tra Italia e Germania
Vale per Unicredit, azionista del Leone che ha avuto l’ok dall’Antitrust tedesco a raggiungere il 29,9% in Commerzbank, a un passo dalla soglia minima per l’offerta pubblica d’acquisto. Ma vale anche per Monte dei Paschi di Siena, sulla cui proposta d’acquisto di Mediobanca il Tesoro ha annunciato che non eserciterà alcuna forma di veto o golden power.
Quest’ultima notizia era attesa, dato che il governo Meloni, azionista con l’11% di Rocca Salimbeni, è alleato di Francesco Gaetano Caltagirone e Delfin per scalare Mediobanca e, con essa, Generali, due gioielli della corona della finanza italiana in cui sia il costruttore romano sia gli eredi di Leonardo Del Vecchio detengono importanti partecipazioni ma non potere gestionale. Ma unita alla prima permette di analizzare gli scenari in maniera completa.
L’apertura di credito dalla Germania a Unicredit non era scontata. Ma ad accelerarla hanno contribuito tre fattori: in primo luogo, i venti di guerra commerciale globale che hanno spinto i tedeschi a guardare con attenzione al rischio di un dissesto finanziario di gruppi in graduale ripresa come la seconda banca di Germania; in secondo luogo, l’ascesa verso la Cancelleria di Friedrich Merz, uomo attento alle logiche del consolidamento finanziario e non ostile in forma pregiudiziale al matrimonio UniCommerz. Terzo punto, il previsto varo da parte della Germania del maxi-piano di investimento da 500 miliardi di euro e del progetto di investimento in Difesa prevede un rafforzamento del Mittelstand, l’industria di media taglia nerbo della produzione e del sostegno all’export della “locomotiva d’Europa”.
Tutto questo spinge nella direzione di un crescente stimolo alla convergenza tra Milano e Francoforte. Un’acquisizione totale potrebbe essere da escludere, una fusione o una sinergia è plausibile e già in atto. E un soddisfacimento di Unicredit sul fronte tedesco rende potenzialmente più “liquida” la situazione in Italia.
Le partite incrociate tra Unicredit e Governo
In patria Piazza Gae Aulenti e il Ceo Andrea Orcel proseguono su binari paralleli: da un lato, esercitare influenza in Generali; dall’altro, capire se c’è margine per proseguire l’espansione su Banco Bpm, nei cui confronti Unicredit ha lanciato un’offerta pubblica di scambio. Prima dell’assemblea di Generali, è possibile che il Governo Meloni decida di applicare o meno il golden power sull’operazione per imporre eventuali prescrizioni al potenziale acquirente.
Un semaforo verde all’operazione di Gae Aulenti su Piazza Meda potrebbe essere visto come un ramoscello d’ulivo del Governo perché Unicredit sostenga le mire dei suoi alleati soci di Mps in Mediobanca e Generali. Disarcionare il Ceo di Generali, Philippe Donnet, sostenuto da Mediobanca e da Alberto Nagel, all’assemblea del 24 aprile serve a Caltagirone e Delfin, oltre che a Palazzo Chigi, per rafforzare la scalata da destra del salotto romanocentrico alla finanza del Nord. Sperare nell’appoggio di Unicredit, i cui voti peseranno, è fondamentale.
Gli “scalatori” mirano a vedere Gae Aulenti soddisfatta in Germania e in grado di espandersi in Italia, dunque pronta a accettare più della rivale intesa il terremoto su Generali e, a cascata, Mediobanca. Le prossime settimane saranno decisive per capire se i vari rivoli del risiko bancario italiano confluiranno.