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Unicredit-Bpm, i paletti del governo sulla scalata e i dubbi di Orcel

L’operazione di acquisizione di Banco Bpm pensata da Unicredit ha risvolti critici per la sicurezza nazionale? Ne è potenzialmente convinto il governo Meloni che, con la contrarietà dei ministri di Forza Italia, ha nei giorni prima di Pasqua spinto per...

L’operazione di acquisizione di Banco Bpm pensata da Unicredit ha risvolti critici per la sicurezza nazionale? Ne è potenzialmente convinto il governo Meloni che, con la contrarietà dei ministri di Forza Italia, ha nei giorni prima di Pasqua spinto per mettere delle prescrizioni all’affare con cui Piazza Gae Aulenti intende incorporare tramite offerta pubblica di scambio la più piccola rivale milanese, con sede a Piazza Meda.

L’affare dal valore di circa 10 miliardi di euro, da riconsiderare alla luce delle tempeste finanziarie delle ultime settimane, è ritenuto strategico per Unicredit, che mira a compiere quanto fatto tra il 2020 e il 2021 dalla concorrente Intesa San Paolo incorporando tramite Ops Ubi, ai tempi terzo gruppo italiano e a aumentare il consolidamento del sistema finanziario. Per l’esecutivo la valutazione del deal è stata l’occasione per trasmettere a Unicredit dei paletti operativi che mirano non tanto a condizionare l’affare quanto a indicare delle prescrizioni di sicurezza economica ritenute vitali.

Il golden power governativo e i paletti strategici su Unicredit-Bpm

“Tra le prescrizioni stringenti ci sarebbero l’uscita entro nove mesi dalla Russia del gruppo guidato da Andrea Orcel (che pure negli ultimi anni ha ridotto molto la presenza nel Paese, anche dietro richiesta della Bce)”, nota Milano Finanza, che aggiunge come il governo chieda come condizione a Unicredit nella rete che potrebbe portargli in dote Bpm “il mantenimento per un periodo di cinque anni di un rapporto stabile tra prestiti e depositi e dell’attuale rete di filiali in Lombardia”, cuore pulsante dell’economia italiana e del business di Bpm.

Inoltre, l’esecutivo chiede che Gae Aulenti si impegni al mantenimento “degli investimenti di Anima in titoli di emittenti italiani” dopo che la società di gestione del risparmio scalata da Bpm sarà nella galassia Unicredit e, infine, spinge per “la preservazione delle sedi e degli equilibri di governance specie in vista di una possibile integrazione tra Unicredit e la tedesca Commerzbank“.

In sostanza, il memorandum delle richieste governative al gruppo guidato da Orcel è un compendio di ciò che lo Stato si attende da un sistema finanziario capace di ricordare la sua bandiera di riferimento oltre che il suo business.

Ciò che si vuole evitare è chiaro: la formazione di un gruppo transnazionale che porti gradualmente fuori dal Paese la strutturazione del suo business, con il processo di integrazione con Commerzbank magari sposti oltre le Alpi la sua nuova sede e magari in parallelo porti in dote al futuro conglomerato i risparmi di Anima e il business di Banco Bpm. Magari, in prospettiva, riaprendo dei canali con quel mondo russo a cui la finanza tedesca ha guardato con attenzione. Uno scenario remoto ma che il governo Meloni ha segnalato essere la linea rossa.

Palla a Unicredit, tra Italia e Europa

La palla passa a Orcel, che può sfidare le prescrizioni provando a inserirle nell’obiettivo di “creazione di valore” insito a suo avviso nella scalata a Bpm. L’Ops partirà ufficialmente il 28 aprile per concludersi a fine giugno e nei prossimi due mesi Unicredit dovrà valutare il da farsi: da un lato, l’ampiezza di queste prescrizioni va di pari passo con un via libera del governo, parte attiva nell’affare, alla scalata di Mps su Mediobanca ma anche a un’operazione di mercato come l’affare Bper-Popolare di Sondrio, e questo mostra come le ambizioni di Unicredit siano considerate transnazionali e ben più grandi dei confini italiani, tanto da spingere a richiamare ufficialmente il tema dell’italianità della banca tramite le prescrizioni del golden power.

Dall’altro, le prescrizioni del governo possono apparire come un’intrusione dello Stato in logiche di mercato qualora non venissero strutturate in chiave strategica e sistemica anche su altri attori. E questo può essere possibile solo avendo ben chiare le priorità da dare a un’azione in ambio finanziario volta a tutelare la fatidica “italianità” dei risparmi e delle banche.

La prospettiva che Unicredit guardi al business internazionale con Commerzbank o si focalizzi su altri lidi qualora trovasse poco profittevole proseguire il deal Bpm può materializzare i timori del governo. Molto dell’atteggiamento di Unicredit si capirà il 24 aprile, giorno del fatidico rinnovo del consiglio di amministrazione di Generali. Dalla sua posizione verso i campioni vicini al governo, il duo Delfin-Caltagirone che vuole spodestare l’ad Philippe Donnet e la leadership di Mediobanca, si capirà se Orcel intende essere rigido o pronto a plasmarsi verso le prescrizioni su Bpm. Tutto si tiene, del resto, nel grande gioco della finanza tricolore.

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