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La crisi pandemica ha impattato profondamente sull’economia globale nelle sue fondamenta, disarticolando le catene del valore e frenando per diverse settimane il normale corso della produzione industriale, dei traffici commerciali, della connettività tra le principali economie del pianeta. La globalizzazione è rallentata sul fronte dell’economia reale ed ha accelerato sul versante digitale, e a livello complessivo ne sono stati accentuati i risvolti competitivi. Nella politica industriale questo si vede con chiarezza.

In primo luogo perchè la crisi ha riportato in auge la questione prioritaria del legame tra politiche industriali e settori strategici. Già fatto proprio dall’economia globalizzata per l’ampliamento della competitività tra sistemi-Paese, ma ulteriormente rinsaldato dall’emergenza sanitaria e dalle sue conseguenze, che hanno aggiunto campi come il biomedicale e l’alimentare al novero di settori che gli Stati sono chiamati a presidiare attivamente (elettronica, difesa, aerospazio, farmaceutica, telecomunicazioni).

In secondo luogo perchè l’uscita dalla crisi, lo si è visto concretamente, non potrà essere completa senza un reale ritorno all’opera dell’economia reale dei principali Paesi industriali. Servizi, finanza e attività consulenziali necessitano di un appropriato dialogo con la produzione e, soprattutto, l’industria risulta il miglior volano per il rilancio dell’occupazione che in alcuni Paesi, Stati Uniti innanzitutto, ha subito batoste senza precedenti. E questo impone ai decisori politici ed economici di tenere in considerazione la necessità di posizionarsi ai più alti livelli delle catene del valore, ovvero quelle maggiormente integrate con i settori ad alto tasso di innovazione.

Infine, terzo punto, proprio per il fatto che la stessa rivoluzione tecnologica in atto rappresenta di per sè un terreno di scontro di ampia portata, in cui le principali potenze economiche competono per creare i poli di attrazione più importanti: Stati Uniti e Cina duellano da tempo, e in Europa Francia e Germania stanno cercando di attrezzarsi per partecipare alla partita.

L’Italia deve capire l’importanza di questa partita nel contesto della definizione delle strategie di ripresa di lungo periodo, che dovranno incorporare anche le politiche connesse al Recovery Fund comunitario. Come nota Industria Italiana, il nostro Paese deve “riscoprire l’Industria e portarla nella sua giusta centralità, con molta attenzione al digitale e alle tecnologie abilitanti, ma senza che questi prevalgano sulla “manifattura hard” che deve essere centrale e più importanti”. I settori in cui intervenire sono numerosi: dal campo energetico alla chimica, dalla meccanica all’aerospaziale. Ma perchè ciò accada, occorre “una politica industriale moderna (basata quindi sulle conoscenze e sulla ricerca e sviluppo, facendo perno sulle università e su tante eccellenze nella ricerca di cui non possiamo che essere fieri, come ad esempio l’Istituto nazionale di fisica nucleare o l’Istituto italiano di tecnologia) che abbia un’idea di Paese da qui a cinque e dieci anni e metta in campo tutte le risorse disponibili per attuarla”.

E cosa significa fare seriamente politica industriale nell’era presente? A nostro avviso, in primo luogo capire la necessità di competere a livello sistemico e di cogliere opportunità e sfide dei principali processi internazionali. Facciamo il caso di due settori in cui l’Italia ha competenze, apparati industriali e capitale umano in abbondanza da impegnare: l’aerospaziale e l’energia. Nel primo contesto, Roma è riuscita a ben posizionarsi a cavallo tra le cordate europee legate all’Esa e i nuovi programmi studiati dalla Nasa, valorizzando un cluster di piccole e medie imprese ben specializzate e gruppi più strutturati (come Avio, leader nei lanciatori). Nel secondo ambito, la politica, per ragioni vieppiù ideologiche, ha affossato la vitalità di un settore castrando il potenziale estrattivo nelle acque nazionali e non facendo sistema tra alleanze internazionali, prospettive del mercato interno e necessità infrastrutturali.

Bisogna tenere sempre gli occhi aperti sugli sviluppi globali e, come detto, puntare a posizionarsi nella fascia più alta delle catene del valore: produrre le migliori batterie per auto elettriche, ad esempio, non serve a nulla se poi non si controllano hardware e software per la gestione dei dati da esse prodotti. Al contempo, vanno valorizzati in ottica di politica industrale anche i principali progetti di stampo sistemico: un piano di rilancio della sanità, ad esempio, non potrà non avere risvolti di politica industriale. Come ricordato su Econopoly, infatti, progetti del genere “aprono importanti questioni su diverse filiere di approvvigionamento che l’Italia deve saper presidiare e mantenere operative per aver un pieno ritorno e dividendi produttivi, occupazionali e strategici dal rilancio di un settore tanto critico. Dai presidi sanitari alla robotica più avanzata nel campo biomedicale, passando per gli hardware e i software di processamento e gestione dei dati sanitari” i campi in cui attivare le migliori capacità industriali per creare indotto sul fronte interno sarebbero innumerevoli.

Lo Stato non può dunque rifiutarsi di giocare in maniera proattiva la partita della politica industriale. Non si tratta certamente di rifare l’Iri che, con i suoi pregi e i suoi limiti, appartiene a un’altra stagione dello sviluppo italiano, in cui al Paese serviva costituirsi come grande potenza manifatturiera; c’è piuttosto la necessità di una politica capace di stimolare investimenti, innovazione e strategie di lungo periodo, presidiando da scalate straniere le filiere più strategiche con norme quali il golden power, e di scegliere i settori a cui dare priorità. Se tutto è strategico nulla è strategico, ma d’altro canto anche abbandonare alle forze di mercato ogni filiera, come accaduto con l’Ilva, può creare dolorosi contraccolpi.

Sviluppo infrastrutturale, strategie di economia circolare e di sostenibilità, promozione all’innovazione (come ricordato a lungo dall’economista Mariana Mazzucato), tutela del sistema-Paese nel gioco internazionale della competizione tra i “capitalismi politici”: tutte queste fasi fondamentali della politica industriale competono allo Stato e anche per l’Italia sarà necessario, per il post-pandemia, pensare sull’onda lunga dei prossimi decenni. Rifiutarsi di partecipare attivamente a questa partita significherebbe relegarsi volontariamente alla graduale retrocessione verso l’irrilevanza in un mondo sempre più competitivo.