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Una finanza al servizio dell’economia reale e della politica per navigare nell’epoca delle crisi globali

La finanza, spesso, è stata presentata negli ultimi anni in forma antitetica all’economia reale, allo sviluppo delle collettività e degli Stati, financo spesso ritenuti subordinati al “giudizio dei mercati”. Ma in un’epoca di grandi cambiamenti, crisi della globalizzazione e necessità...

La finanza, spesso, è stata presentata negli ultimi anni in forma antitetica all’economia reale, allo sviluppo delle collettività e degli Stati, financo spesso ritenuti subordinati al “giudizio dei mercati”. Ma in un’epoca di grandi cambiamenti, crisi della globalizzazione e necessità di ricostruire i determinanti dello sviluppo delle economie occidentali un nuovo ruolo per la finanza è possibile. Del tema abbiamo parlato con un operatore del settore che è convinto della necessità di creare un nuovo paradigma economico-finanziario, Andrea Di Bari, co-fondatore di Legalis Business Consulting, è un esperto in Intelligenza Competitiva applicata alla Finanza  specializzato in servizi di Finanza Straordinaria sia nazionale che internazionale.

La finanza ha vissuto sfide importanti dalla grande recessione in avanti. Che prospettive ha oggi in quest’epoca di grandi cambi di paradigma?

Le opportunità per la finanza sono innumerevoli e le prospettive di grande fermento e crescita, a patto però che ci sia una opera di seria analisi, sintesi e corretta segmentazione delle iniziative, non solo da un punto di vista dimensionale ma anche in riferimento ai tempi di go to market delle iniziative stesse, altrimenti il rischio è quello di incorrere in quanto già vissuto con la nascita della new economy. Ad esempio, le tecnologie più promettenti richiedono investimenti progettuali altissimi e tempi di realizzazione molto lunghi. Una prateria di opportunità, se abbinata al farwest finanziario, porta sicuramente a bolle speculative in cui si rischia, pur di ottenere successo finanziario, di uccidere le iniziative magari meno celeri nel remunerare l’investimento ma con una valenza economica e strategica più importante.

La globalizzazione ha spesso messo finanza e economia reale su piani separati. Gli ultimi anni impongono la necessità di pensare a livello di sistema. Che scenari si aprono sul ruolo della finanza a sostegno dell’economia reale?

Nella mia visione la finanza, quella nobile e romantica ancor prima che etica, è una finanza a servizio dell’economia e della politica: è la finanza che dovrebbe mettere a disposizione strumenti e capitali, avendo come obiettivo la crescita di una iniziativa che abbia una visione strategica e portatrice delle linee politiche dettate dai governi. Già negli anni Duemila, per me era chiaro che la necessità del mondo finanziario di fare profitto nel breve periodo e ad ogni costo avrebbe portato ad un distaccamento della finanza dal tessuto economico e produttivo. A tal riguardo, quando feci notare questo rischio nell’ambito della Scuola di Alta Formazione Politica, un grande e noto professore mi contraddisse e mi regalò persino un suo libro con una dedica che diceva: “la finanza sarà sempre un gradino sotto la politica e l’economia”; con mio enorme rammarico credo che oggi sia chiaro che avevo ragione. La finanza deve necessariamente tornare al servizio dell’economia e della politica, sentendosi partecipe e protagonista, senza stare “un gradino sotto” ma diventando coprotagonista di imprese di valore strategico ancor prima che economico.

Si pone sempre più il tema di uno sviluppo inclusivo e antropocentrico. Può un’etica nuova emergere oggigiorno?

Assolutamente si, anzi credo sia doveroso e necessario. Nella corsa al profitto, chi più chi meno, abbiamo tutti corso talvolta in modo eccessivo, bruciando per la fretta, abbandonandoli in un cassetto, progetti ed iniziative che potevano avere un grande valore sociale e antropocentrico ma che ci sembravano troppo lunghi da realizzare. Oggi, alcuni temi che 20 anni fa potevano essere sfide, appaiono necessità. Temi come quello dello sfruttamento, conservazione e riutilizzo delle riserve idriche, del clima e la gestione dei suoi fenomeni, delle energie rinnovabili, e dell’ingegneria genetica sono le sfide del futuro, in cui l’uomo, il suo benessere e la sua stessa sopravvivenza vengono posti al centro. Tutte sfide che esistevano già venti anni fa, intendiamoci, ma che sono passate in secondo piano perché poco profittevoli in quel momento.

Interesse privato e interesse pubblico: come farli coesistere oggigiorno? Che prospettive ha il ruolo degli Stati per plasmare una nuova alleanza per lo sviluppo in una fase di cambiamenti importanti?

Interesse privato ed interesse pubblico, per quella che è la mia personale formazione, possono e devono coesistere. Affinché questo avvenga, è però necessario che il Sistema Paese trovi nuove leve che siano attrattive per il capitale privato, che va ripensato in termini globali e oltre confine. Per far questo, sono fondamentali la guida politica, la semplificazione fiscale e burocratica, nonché la strategia politica di medio e lungo termine e non la tattica del “breve”. È necessario investire nella formazione imprenditoriale ma anche in quella politica, e se quella imprenditoriale trova una sua via, ahimè, per la formazione politica non vedo proliferare scuole di formazione.

L’Europa e l’Italia hanno nel primo trentennio post seconda guerra mondiale provato a costruire un economia ove le logiche della libertà di iniziativa e quelle delle collettività venivano compensate e si creava un interesse comune. Questa lezione parla anche ai nostri tempi?

Si, a mio avviso questa lezione non solo può ancora parlare, ma deve farlo. Un vero stato liberale è uno stato che fa crescere la libera iniziativa, ma è anche quello in cui tutti si sentono parte di una collettività e partecipano alla vita politica del paese. Lavorare per trasmettere i valori di Paese e Comunità alle nuove generazioni, a prescindere da quale sia l’indirizzo partitico, può portare ad una rinnovata lezione in cui l’interesse privato sia funzionale al pubblico e viceversa. Bisogna necessariamente tornare a dare centralità all’uomo e alla sua collettività, ritrovando il valore della Politica nel senso più nobile della parola.

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