Sulla finanza europea sta per arrivare una grande rivoluzione, la riforma del sistema di fondi pensione dei Paesi Bassi che sta di fatto già avviando una grande transizione sull’allocazione di miliardi di euro di investimenti in varie forme di prodotti borsistici. La riforma prevede che entro il 1 gennaio 2028 il sistema previdenziale olandese, per l’86% del volume gestito da fondi privati che investono in prodotti finanziari, passi da un sistema a benefici definiti per i contribuenti a uno fondato sul valore effettivo della contribuzione.
Un “contributivo” mediato da istituzioni finanziarie private, in sostanza, che imporrà una grande svolta: gli operatori nei cui fondi i contribuenti versano denaro per garantirsi le future pensioni dovranno cercare rendimenti attesi crescenti, e dunque modificare ampiamente i prodotti da loro detenuti.
Fondi con prestazioni maturate complessivamente pari a 1.200 miliardi di euro dovranno ridefinire la propria esposizione e superare uno schema tradizionale che li vedeva investire accumulando asset sicuri e a lungo termine, come i debiti a lunghissima scadenza di Francia, Germania e Usa, a favore di uno più dinamico e focalizzato su più prodotti come le azioni.
Gli olandesi scaricano i debiti dei Paesi-guida dell’Ue
Il risultato? Il fatto che 36 fondi abbiano deciso di conformarsi al nuovo sistema a partire dal prossimo 1 gennaio ha fatto avviare un processo massiccio di vendita di titoli di Stato che ha innalzato la curva dei rendimenti a lungo termine di molti titoli storicamente sicuri in campo delle obbligazioni sovrane, come i trentennali di Francia e Germania.
Da inizio anno il Bund tedesco a 30 anni è salito di rendimento dal 2,4% a quasi il 3,4%, l’Oat francese dal 3,3% al 4,4%, e questo principalmente per effetto delle vendite olandesi in un contesto di grande crisi debitoria di Parigi e stagnazione tedesca. “Sebbene i Paesi Bassi rappresentino solo il 7% dell’economia dell’area dell’euro, il sistema pensionistico è un attore di mercato di dimensioni sproporzionate”, nota Bloomberg, aggiungendo che “secondo i dati della Banca Centrale Europea, detiene oltre la metà di tutti i risparmi pensionistici dell’Unione Europea e il suo portafoglio obbligazionario europeo ammonta a quasi 300 miliardi di euro“.
Scenari finanziari e politici si sommano creando un grande caos per i Paesi Bassi. La testata americana ricorda che “a complicare i preparativi c’è la crisi politica nei Paesi Bassi, dove si terranno elezioni anticipate dopo il crollo, avvenuto quest’estate, sia del governo di Dick Schoof che dell’amministrazione provvisoria che lo ha seguito, dato che tra coloro che si sono dimessi c’era il Ministro degli Affari Sociali Eddy van Hijum, responsabile della transizione”.
Un futuro incerto
Il maggior fondo olandese, Abp, ha già annunciato che entro il 2030 venderà 25 miliardi di euro di titoli di Stato posseduti, in un contesto in cui la stretta sui titoli va in parallelo al consolidamento di nuove dinamiche d’investimento e all’assenza di una rete da parte europea per raffreddare le tensioni di una vendita massiccia. Ad oggi, paradossalmente, sarebbero i Paesi meno toccati, in passato, dalla sponda del quantitative easing della Banca centrale europea ad averne bisogno. Francia e Germania di sicuro, ma anche la stessa Olanda vede una forbice di ben 50 punti base tra il rendimento del decennale e quello del titolo a 30 anni, che è più elevato.
Un tempo “beni rifugio”, oggi le obbligazioni sovrane dei Paesi considerati il nocciolo duro dell’Ue sono abbandonati per effetto di una riforma avviata da uno di essi proprio nella fase in cui maggiormente una curva del debito stabile e senza impennate farebbe comodo. Nel frattempo, i giovani olandesi si preparano a una previdenza totalmente finanziarizzata: un’anticipazione di quanto potrebbe toccare ad altri Paesi Ue se la sostenibilità dei sistemi di Welfare per stagnazione economica e invecchiamento della popolazione divenisse sempre più precaria.
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