L’agenda Monti sbarca in Francia, tredici anni dopo? Il neonato governo francese di Franç ois Bayrou ha davvero pochi elementi di novità rispetto a quello uscente di Michel Barnier. Si tratta sempre della “coalizione degli sconfitti” tra il campo centrista vicino al presidente Emmanuel Macron e il centrodestra di Les Republicains, si parla nuovamente di un governo di minoranza guidato dal leader del Movimento Democratico, partito che conta 38 seggi all’Assemblea Nazionale, che gode della fiducia di soli 211 deputati su 577, si proverà una volta di più l’alchimia di governare tenendo fuori il primo partito (Rassemblement National) e la prima coalizione (Nuovo Fronte Popolare) del Paese.
Chi è il banchiere chiamato a guidare le finanze francesi
Tra i ministri, la principale novità del governo Bayrou è rappresentata dal ministro delle Finanze, che sarà Eric Lombard, 66 anni, dal 2017 allo scorso 23 dicembre amministratore delegato della Caisse des Dépôts et Consignations, l’equivalente transalpino della nostra Cassa Depositi e Prestiti. Sarà lui a dover riscrivere la manovra negoziando con i partiti, specie quelli all’opposizione, le misure necessarie per ottenere l’obiettivo di Bayrou, che vuole tagliare dal 6,2% al 5% il deficit del Paese, stabilizzare le finanze francesi e frenare l’esplosione del debito in un contesto in cui, tuttavia, la Francia ribolle di malcontento. E così per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale un governo francese avrà un tecnico alla guida dell’economia nazionale. Qualcosa di inaudito, in un Paese iper-politico dove l’agenda di gestione delle finanze pubbliche è messa al primo posto come campo rivendicato dagli esecutivi e dai presidenti come di proprio interesse.
Lombard non ha affiliazioni politiche e in precedenza ha lavorato dagli Anni Ottanta in avanti in Paribas e, dopo la fusione con Banque National de Paris, nel colosso nato nel 2000 dall’alleanza tra i due grandi gruppi, Bnp Paribas. Specializzato in investimenti finanziari a sostegno di fusioni e acquisizioni nel settore bancario e assicurativo, dal 2004 ha guidato Bnp Paribas Assurance, rinominata Bnp Paribas Cardif, lasciata nel 2013 per aggiungere un tocco di Italia alla sua carriera. Tra il 2013 e il 2017, prima della chiamata alla guida della banca pubblica transalpina, Lombard è stato infatti ad della filiale francese delle Assicurazioni Generali.
La supplenza dei tecnici sull’economia e le finanze è una storia italiana, non francese
In Italia siamo abituati a vedere figure provenienti dal mondo dell’economia assumere la guida delle finanze pubbliche senza passare per l’acquisizione del consenso politico. L’idea di una maggior virtuosità ed efficienza degli addetti ai lavori, siano essi economisti, banchieri o manager, permea nel profondo la politica, e la natura complessa di quello “Stato nello Stato” che è il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha spesso spinto i governi a sottrarre alla politica, e dunque alle conseguenti responsabilità, la sua governance. Solo negli ultimi decenni ricordiamo tecnici precettati da maggioranze di vario colore per guidare il Mef.
Alcuni nomi illustri comprendono gli economisti e banchieri Domenico Siniscalco ((2004-2005, governo Berlusconi) e Tommaso Padoa Schioppa (2006-2008, governo Prodi), l’ex ad di Unicredit Fabrizio Saccomanni (2013-2014, governo Letta), l’economista ex Fondo Monetario Internazionale Pier Carlo Padoan (2014-2018, governo Renzi e Gentiloni; in seguito Padoan si è unito al Pd), il professor Giovanni Tria (2018-2019 governo Conte I) e l’ex direttore generale del Tesoro Daniele Franco (2021-2022, governo Draghi).
L’apice è arrivato nel 1993, nel 2011 e nel 2021, quando con Carlo Azeglio Ciampi, Mario Monti e Mario Draghi un uomo dell’economia è stato chiamato a guidare il Paese come presidente del Consiglio. Qualcosa di inimmaginabile nella Francia della Quinta Repubblica. Con Monti, in particolare, la nomina coincise con un’agenda di austerità e tagli votati dai partiti senza prendersene direttamente le responsabilità.
La missione difficile di Lombard
La sensazione è che in Francia Lombard sia chiamato a fare una manovra del genere sulla scia della deresponsabilizzazione di Macron e del tentativo di Bayrou di mostrare terzietà scegliendo una figura esterna a ogni partito per colmare un vuoto di credibilità della politica e apparire maggiormente capace di negoziare con Marine Le Pen e i leader della sinistra per portare all’incasso la legge di bilancio.
La necessità di supplenza alla politica è ancor più grave oltralpe, dove in genere dal capo dello Stato discende verticalmente l’autorità esecutiva e, soprattutto sull’economia, si è abituati a disegni chiari. Ora Lombard dovrà cercare di far quadrare i conti, come chiesto da Bayrou, ma anche ascoltare le richieste di chi chiede più aiuti alle periferie e al ceto medio (Rassemblement) o rafforzamenti del welfare (Nfp) ed è stato legittimato a portare le sue richieste politiche dal voto degli elettori di fronte a un governo di minoranza. Questo ritiro della politica è inaudito per la Francia e mostra la crisi di un sistema in cui le alte autorità, semplicemente, mancano di credibilità e Macron naviga in acque agitate.
Quando Bercy era una fucina di big della politica francese
L’esperimento al buio del nuovo esecutivo invertirà una tradizione che per decenni ha reso iper-politico il ministero di Bercy: dalle Finanze francesi sono passati figure centrali per la storia francese come Robert Schumann, uno dei padri dell’architettura comunitaria (1947-1948), l’architetto della Quinta Repubblica e sodale di Charles de Gaulle, Michel Debre (1966-1968), il futuro presidente della Repubblica Valéry Giscard d’Estaing (1969-1974), tutte figure schierate tra il centrodestra popolare e quello conservatore, ma anche socialisti come Jacques Delors (1981-1983), che durante la presidenza di François Mitterrand fece le prove generali per preparare l’ascesa alla presidenza della Commissione Europea, e il futuro direttore del Fmi Dominique Strauss-Kahn (1997-1999).
E ancora, l’elenco dei ministri dell’Economia e delle Finanze degli ultimi due decenni include Thierry Breton, già super-commissario europeo all’Industria (2005-2007), l’attuale direttrice del Fmi Christine Lagarde (2007-2011) e due presidenti: Nicolas Sarkozy, per breve tempo alla guida di Bercy nel 2004, e Emmanuel Macron, alla guida dell’economia transalpina dal 2014 al 2016 prima del grande salto all’Eliseo.
Scegliere di rompere questa tradizione di politicizzazione non è, dunque, neutrale e sottintende una crisi istituzionale in cui tutto sembra subordinato agli obiettivi tecnici e imposti dall’urgenza. Lombard dovrà prendere in mano il dossier e mediare. Dunque fare politica. Supplendo a un primo ministro debole e a un presidente in trincea nella sua ultima ridotta. Sarà difficile. Ma è un altro sintomo della decomposizione di quella Quinta Repubblica fondata sul ruolo-chiave del presidente che ha plasmato la Republique degli ultimi settant’anni. E che nell’era Macron si è gradualmente sfaldata.