Fino a qualche anno fa veniva considerato un sogno impossibile. Oggi, complice l’operatività a singhiozzo dello Stretto di Hormuz e il rischio che l’economia globale possa andare in tilt a causa della guerra in Medio Oriente, il progetto di costruire un “ponte terrestre” in Thailandia ha improvvisamente ripreso quota.
Il piano di realizzare il Canale di Kra, ossia una rotta marittima alternativa tra il Mar delle Andamane e il Golfo di Thailandia, è diventato urgentissimo. Il motivo è semplice da intuire: visto quanto sta accadendo in quel di Hormuz, e considerando la crisi di approvvigionamento energetica che ha travolto l’Asia, nessun governo del continente in più rapida crescita del mondo intende correre un rischio ancora più grande qualora un futuro conflitto dovesse bloccare uno Stretto ancor più strategico: quello di Malacca.
L’affare interessa principalmente Thailandia e Cina, che in passato ha inserito l’idea all’interno della Via della Seta Marittima, un ramo della più ampia Belt and Road Initiative. Nel 2015, entità private di Pechino e Bangkok firmarono anche un memorandum d’intesa per valutare la fattibilità del canale, ma niente si sarebbe poi smosso. Adesso la situazione è radicalmente cambiata.

Il ritorno del canale di Kra?
Il vice primo ministro della Thailandia, Phiphat Ratchakitprakarn, che sovrintende al ministero dei Trasporti, ha dichiarato che il suo governo accelererà gli sforzi per sviluppare un ponte terrestre per ridurre i tempi di navigazione tra l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico (in media di circa quattro giorni), tagliare i costi di spedizione di circa il 15%, ma soprattutto per consentire alle navi di aggirare lo Stretto di Malacca.
Da questo collo di bottiglia incastonato tra Indonesia, Singapore e Malesia transita circa il 40% del commercio globale, compresa la maggior parte delle spedizioni di petrolio dal Medio Oriente verso le principali economie asiatiche (come Cina, Giappone e Corea del Sud).
“Il conflitto in Medio Oriente ha dimostrato il vantaggio di controllare una rotta di trasporto”, ha affermato Phiphat, riferendosi al caos nello Stretto di Hormuz che ha aggravato la crisi energetica globale. “La Thailandia trarrà un grande vantaggio gestendo il collegamento tra l’Oceano Pacifico e l’Oceano Indiano”, ha aggiunto il ministro, secondo il quale un progetto del genere stimolerà numerosi investimenti e creerà circa 200.000 nuovi posti di lavoro.

Il piano della Thailandia e l’interesse della Cina
Gli ostacoli alla realizzazione del canale di Kra non mancano. Come ha spiegato Bloomberg, per far progredire il progetto innanzitutto il governo thailandese deve prima approvare una legge ad hoc. Phiphat ha fatto sapere che sarà approvata una bozza di legge entro la fine dell’anno, ma i tempi restano incerti dato il fragile sistema politico di Bangkok.
La costruzione del ponte terrestre potrebbe poi richiedere circa 15 anni e costare 1.000 miliardi di baht (31 miliardi di dollari). Nello specifico, il piano prevede il collegamento di due nuovi porti marittimi, situati ai lati opposti della penisola meridionale della Thailandia, attraverso una rete di autostrade e ferrovie, che consentirebbe la circolazione senza intoppi delle merci. Dati i costi ingenti, il governo thailandese potrebbe giocare di sponda con altri Paesi, tra cui Emirati Arabi Uniti e Cina.
A proposito di Pechino, il Dragone trarrebbe notevoli benefici dalla riduzione della propria dipendenza dallo Stretto di Malacca per le importazioni energetiche e i flussi commerciali. Numeri alla mano, circa l’80% del petrolio importato dal gigante asiatico transita attraverso questo passaggio strategico, rendendolo un punto di significativa vulnerabilità. Con l’eventuale avvento del canale di Kra, il governo cinese risolverebbe una volta per tutte il famigerato dilemma di Malacca, e cioè il rischio che le sue rotte marittime possano essere interrotte o controllate da forze navali rivali. Su tutte quelle degli Stati Uniti.

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