Le due sponde dell’Atlantico sono oggi tanto vicine quanto distanti. Vicine, perché la guerra in Ucraina ha riportato in auge il tema geopolitico dell’unità euro-atlantica e il sodalizio strategico tra Stati Uniti e Paesi del Vecchio Continente. Distanti, perché nella guerra lanciata dalla Russia contro Kiev sono esplose diverse contraddizioni che hanno portato l’economia globale a conoscere una forte fase di inquietudine e che Washington ha sfruttato a suo vantaggio, spesso proprio a discapito dell’Europa. La quale è stata la grande danneggiata di un anno di sfida militare ai suoi confini orientali e ha visto l’affioramento di grandi contraddizioni con il suo maggiore alleato.

La politica industriale, quella finanziaria, la battaglia dei dazi, il tema dell’equità nei rapporti economici transatlantici sono oggi fronti aperti tra Bruxelles e Washington. Destinati a condizionare il futuro di una relazione speciale e inevitabile. Ma che appare oggi sempre più sperequata.

Dai chip all’energia, tutti i fronti aperti tra Europa e Usa

Valdis Dombrovskis e Ursula von der Leyen, nel summit transatlantico di dicembre, non hanno avuto esitazioni nel definire come possibile una “guerra economica” e commerciale tra le due sponde dell’Atlantico.

A scatenarla, in prospettiva, potrebbero essere le decisioni di “ingegneria” industriale dell’amministrazione Biden, che dall’inizio del suo mandato ha compiuto una serie di manovre aventi il loro culmine nell’Inflation Reduction Act e nel Chips Act, con cui gli Stati Uniti hanno promosso politiche di investimento focalizzate allo sviluppo, rispettivamente, delle tecnologie green per l’energia pulita e dei semiconduttori con un sostegno agli investimenti compiuti sul suolo americano e dalle imprese a stelle e strisce.

Washington giustifica le sue politiche industriali innovative e neo-dirigiste come una risposta alle manipolazioni di mercato di un attore terzo ritenuto ingombrante, la Cina. Ma la sfida sembra essere proprio tra Washington e i Paesi dell’Unione Europea, da cui gli Usa hanno voluto drenare risorse e liquidità sussidiando gli investimenti di frontiera delle imprese del Vecchio Continente nel loro mercato.

Inflation Reduction Act, la guerra sul clima tra Usa e Europa

Il discusso Ira, promosso come legge negli Usa nell’agosto del 2022, prevede circa 370 miliardi di dollari in investimenti e sussidi per energie pulite e tecnologie green. Il tutto con un favoritismo esplicito agli attori che daranno una quota predominante della produzione al mercato Usa.

Janet Yellen, segretario al Tesoro, ha dichiarato che le piacerebbe vedere l’Ira plasmare “catene di approvvigionamento condivise” tra Usa e Europa, una tesi non condivisa da Niclas Poitiers, ricercatore specializzato in commercio internazionale presso il think tank comunitario Bruegel, che vede l’Ira a esclusivo vantaggio degli States: “C’è il potenziale per questo di degenerare in un conflitto più ampio“, ha dichiarato l’economista francese al New York Times.

I paragoni in molti settori sono impietosi: 100 miliardi di dollari saranno garantiti dall’Ira per finanziare, sussidiando le imprese che vi si cimenteranno, la produzione di idrogeno e lo sviluppo di elettrolisi da fonti rinnovabili, venti volte le risorse stanziate dall’Ue. Sulle gigafactory per batterie per auto elettriche, Biden mette sul piatto un miliardo di dollari, l’Ue solo 150 milioni.

“Sia l’amministrazione americana che i vertici europei fanno di tutto per rassicurare osservatori e mercati che l’Ira non metterà in crisi le relazioni transatlantiche”, nota l’Ispi. “Ma l’epopea sui sussidi green rischia di lasciare il segno. Come la pandemia di Covid e l’invasione russa, la disputa ha contribuito a rilanciare il dibattito in seno all’Unione su regole in materia di commercio, autonomia strategica e ruolo geopolitico dell’Ue”.

Il Net-Zero Industry Act (Nzia) europeo è per ora solo uno schema, l’Ira comincia a funzionare e a macinare investimenti. E il colpo da maestro che Biden può assestare può essere la conquista oltre Atlantico di Volkswagen, simbolo dell’industria tedesca da cui gli Usa si sentono da un decennio minacciati, che in America può ottenere fino a 10 miliardi di dollari di sussidi e sta mettendo il freno a diversi investimenti sull’elettrico in Europa. Northvolt, Iberdola, Enel, Veolia sono come ricorda StartMag alcuni degli altri campioni industriali europei dell’energia che stanno pensando a investimenti in rinnovabili oltre Atlantico attratti dalla visione neo-dirigista della Casa Bianca.

Il Chips Act americano “arruola” l’Europa come junior partner

Aggiungere all’Ira il Chips Act permette di capire come la visione economica che gli Usa hanno dell’Europa è quella di un partner di secondo livello, non di un parigrado strategico.

Anche il Chips Act degli Usa da oltre 50 miliardi di dollari mira a creare ex novo una filiera industriale negli Stati Uniti, a favorire il re-shoring delle attività fuggite in passato all’estero, a unire protezionismo commerciale e sicurezza nazionale. Si guarda alla Cina come rivale strategico e all’Europa come limone da spremere della maggior quota possibile di investimenti, tutto questo mentre al contempo nel Vecchio Continente i colossi Usa dei chip, come Intel, mirano a farla da padrone. Creando una doppia egemonia sulle due sponde dell’Atlantico.

Nel Chips Act di Biden, scrive il New York Times, si stabilisce la costruzione del Chips for America Fund dotato di 28 miliardi di dollari che “dovrebbero andare verso sovvenzioni e prestiti per aiutare a costruire strutture per la produzione, l’assemblaggio e il confezionamento di alcuni dei chip più avanzati del mondo” a cui se ne aggiungerano altri 11 andranno a sovenzionare la ricerca di base.

La Brookings Institution ha perorato l’ipotesi di una convergenza tra il Chips Act e la politica Ue per i semiconduttori da 30 miliardi di dollari, espandibili a 43 e in via di disvelamento il 18 aprile, per una catena del valore più bilanciata capace di creare un vero fronte anti-cinese, ma ad oggi Washington mira a fare la parte del leone. Ci si attende la risposta comunitaria: “La recente carenza globale di chip ha dimostrato ai leader europei quanto siano importanti i microchip per gli ultimi sviluppi tecnologici”, ricorda lo Spectator. “Secondo un sondaggio della Commissione europea, l’industria europea prevede che la domanda di chip raddoppierà entro il 2030. Ciò riflette la crescente importanza dei microchip per l’industria e la società europee. Sarà una sfida soddisfare questa crescente domanda. La quota dell’Ue dei ricavi globali dei chip è scesa infatti dal 20% nel 1990 al 10% nel 2022″, e l’aggiunta della sfida Usa a quella cinese mette nell’angolo Bruxelles.

Biden e von der Leyen a colloquio alla Casa Bianca il 10 marzo 2023. Foto: Epa/Bonnis Cash.
Riunione del G7 in Germania nel 2022. Foto: Epa/Thomas Lohnes.

I punti di contatto possibili

Washington deve ricordare l’importanza dell’Europa nel suo sistema di alleanze e non pensare di considerare il suo principale partner come un mondo ancillare alla sua strategia. Ogni centro imperiale prospera se riesce a promuovere stabilità e serenità nei satelliti. L’Ue è stata colpita duramente dalla guerra russo-ucraina dopo aver patito le conseguenze economiche della pandemia. La “guerra economica” con Washington rischia di incrinare il senso di sicurezza dato dalla presenza crescente degli Usa in campo securitario a garanzia dell’indipendenza del Vecchio Continente.

L’Ue ha comprato il gas americano in sostituzione di quello russo, ha applicato sanzioni durissime a Mosca, ha seguito gli Usa sul rialzo dei tassi contro l’inflazione colpendo, spesso direttamente, le sue prospettive di sviluppo. Rischia ora di trovarsi tra l’incudine della minaccia russa e il martello del solipsismo americano.

In un contesto che vede le grandi partite economiche sempre più parallele alle questioni geopolitiche dominanti, gli Usa possono riscoprirsi leader plasmando una vera politica industriale globale che coopti le migliori energie europee come “seconda gamba” dell’Occidente nelle sfide di frontiera alla minaccia cinese. E l’Europa deve prendere le responsabilità dell’autonomia strategica fino in fondo sviluppando i suoi settori di frontiera indipendentemente dal contributo che Washington può dare. Vale per le energie pulite, vale per i semiconduttori, vale per molti altri settori, dalle Tlc alla Difesa, in cui la pressione americana si sente molto meno: autonomia significa sovranità, sovranità significa sicurezza e sicurezza, sul lungo periodo, significa prosperità. Lo diceva già Adam Smith due secoli e mezzo fa. Un assunto tornato all’avanguardia nel pieno della crisi della globalizzazione che gli Usa stanno rimodulando cambiando, unilateralmente, i principi di libero mercato che l’hanno a lungo plasmata.