La vicende del debito sovrano argentino percorrono quelle della nazione, cominciando con la sua costituzione di stato indipendente. In nove occasioni il paese è andato in default. Nel novero delle principali crisi, tre sono avvenute nel periodo 1827-1982, e due in quello 2000-2020.

Nel primo periodo, solo nel corso della gestione di Juan Domingo Perón (1946-1955), l’Argentina da paese debitore passò a essere un paese creditore. Il tema accompagnò tutti i suoi discorsi pubblici e fu uno dei punti centrali dell’Atto di Indipendenza Economica, sancito nel 1947. Il riscatto totale si realizzò nel 1952, quando non solo si estinse il debito di 12.500 milioni di pesos, ma si arrivò a essere creditori di 5 mila milioni. Tra il 1947 e il 1951, si registrò una tendenza al ribasso dei tassi di interesse, in consonanza con la stabilità economica, congiuntura che offrì la possibilità di pagare le quote semestrali del prestito argentino-britannico, derivato dal patto Roca-Runciman del 1933, per garantire quote di esportazione di carne bovina.

Nel secondo, un capitolo speciale meritano le amministrazioni di Néstor Kirchner (2003-2007) e Cristina Fernández de Kirchner (2007-2015) che, grazie a intese storiche, per esempio con il Club di Parigi, due riconversioni, nel 2005 e nel 2010, e interventi di nazioni amiche, come il Venezuela, ristrutturarono il debito e cancellarono il totale degli oneri contratti con il Fondo Monetario Internazionale (Fmi). Utilizzando il criterio del rapporto con il Pil, tra il 2003 e il 2013, il disavanzo subì una riduzione del 73 per cento, facendo dell’Argentina il paese con il minor livello nel mondo. Un aspetto rilevante fu la riforma della composizione dell’indebitamento, privilegiando i titoli in pesos di organismi pubblici e, per il 2012, solo il 18.8 per cento apparteneva a organismi multilaterali e al settore privato internazionale. Nel 2015, l’Argentina giunse a contare con 251 mila milioni di dollari in attivi esterni, dei quali 46 mila milioni erano riserve, con una posizione creditrice netta di 52 mila milioni, ovvero l’11 per cento del Pil.

Il bluff delle opere pubbliche (1827)

La restituzione del prestito di un milione di sterline inglesi ottenuto, nel 1824, dall’istituto creditizio Baring Brothers & Co. di Londra, per il finanziamento di opere pubbliche, fra cui la costruzione del porto di Buenos Aires, la dotazione di acqua corrente per la capitale e la costruzione di nuove città, venne completata nel 1903, ovvero in un lasso di 80 anni, e per 8 volte il valore ricevuto.

L’operazione non fu trasparente. Innanzitutto, invece di quanto stabilito, i bond vennero collocati sul mercato a un prezzo maggiore, in modo da assicurare una commissione per il consorzio di negoziatori che rappresentava la giunta di Buenos Aires. Il prestito, inoltre, arrivò in lettere di cambio, girate a case commerciali di membri dello stesso consorzio. In oro, come pattuito, fu consegnato solo il 4%. Non venne depositato nemmeno nella sua interezza. Con una serie di raggiri, venne dilazionato in tempi che non permisero l’inizio della costruzione delle infrastrutture, e reindirizzato verso la banca centrale, allora in mano a investitori privati britannici, con la connivenza dell’esecutivo, i quali lo usarono per offrire crediti a tassi più bassi di quelli concessi da altre entità locali.

Nel 1825, si importarono articoli stranieri per un valore di 8 milioni di pesos, ed esportarono prodotti nazionali per solo 5 milioni, con un saldo di 3 milioni di deficit, coperto da un continuo drenaggio di oro e argento. A ciò si aggiunse il fatto che la leadership argentina, a fini di guadagni personali, economici e politici, permise una politica di libero commercio sulle riserve aurifere, misura di cambio dell’economia, e queste si furono esaurendo. Il paese, che aveva impegnato asset pubblici, andò in default nel 1827 e dovette stralciare la forza navale, comprese due fregate in costruzione in Inghilterra. Quando questa invase le Malvine, cinque anni dopo, l’Argentina aveva perso la sua flotta.

Il debito venne rinegoziato nel 1839 con la decurtazione di un quinto del totale e una detrazione dell’80 per cento sugli interessi, e venne pagato grazie ai superavit della bilancia commerciale. A partire dal 1862, ricevette un altro scossone a causa di prestiti addizionali con la banca inglese, per finanziare la guerra del Paraguay (1864-1870), che devastarono le finanze.

La bolla dei trasporti (1890)

La depressione europea del 1873 interruppe la circolazione dei capitali stranieri, per lo più inglesi. I trasporti e le principali banche in Argentina, a quel tempo, erano di proprietà britannica. La caduta delle importazioni, nel biennio 1875-1876, tuttavia, giocò a favore del paese. Nel 1884, il debito si era stanziato sui 28 milioni. A partire dal 1886, però, si ebbe un forte investimento britannico nelle ferrovie, e vennero date concessioni senza verificare le effettive possibilità di ritorno economico. Soprattutto ne scaturì un aumento sproporzionato del valore della terra e manovre speculative che sfociarono in quello che viene ricordato come “il panico” del 1890.

La situazione favorevole di accesso ai capitali generò malversazione da parte di autorità e agenti economici del governo e la banca Baring Brothers monopolizzò il mercato. La crescita del debito, pubblico e privato, si tradusse in un’eccessiva espansione monetaria che, a sua volta, portò a un generale deprezzamento, minacciando i rendimenti e paralizzando il ricorso a nuove fonti. In aggiunta, le previsioni di un raccolto agricolo scarso preoccuparono gli investitori. L’insolvenza argentina si fece evidente, considerato che il debito corrispondeva al 50 per cento degli ingressi dell’erario. Nel 1890, l’esecutivo si dimise e venne dichiarata la bancarotta, pur con il tentativo di proibire la vendita dell’oro in borsa.

Il paese ne uscì quattro anni dopo, grazie a una trattativa con il presidente della commissione internazionale di banchieri, Lord Rothschild, alla quale fece seguito la cessazione della banca nazionale, con il licenziamento di 1.500 dipendenti, la creazione di un istituto di cambio per amministrare la stampa di cartamoneta e le riserve di metalli preziosi, e un accordo per il pagamento del 50 per cento dei dazi doganali in oro. Vennero imposti il consolidamento del debito, il congelamento dei crediti per dieci anni, la sospensione dell’emissione di valuta, e una politica di austerità, caratterizzata da una drastica riduzione della spesa pubblica.

Nonostante ciò, la burocrazia argentina continuò a essere un onere gravoso. Nel 1902, costava 6 pesos auri per capita, in comparazione con i 2.06 in Inghilterra, 1.2 in Svizzera, e 1 negli Stati Uniti. Nel pieno della crisi, nel 1892, c’erano 7.653 impiegati pubblici; l’anno dopo, erano 8.860, la metà dei quali nella capitale federale.

Il collasso della bicicletta finanziaria (1982)

Con la deregolamentazione del movimento di capitali, e l’accaparramento di divisa straniera, fra il 1976 e il 1977, si produsse un disavanzo incontrollato. Il basso costo del dollaro, e la riduzione dei dazi doganali, richiesta dal Fmi, aumentò le importazioni, con una depressione dell’industria nazionale. Nel 1978, venne dichiarata l’inflazione. La disponibilità di una garanzia statale sui depositi aprì il fianco a frodi. Durante l’ultima dittatura civile-militare, estesasi dal 1976 al 1983, il debito arrivò a 45 miliardi di dollari, con un aumento del 364 per cento, e un passivo pro capite di 1500 dollari. Nel 1982 arrivò il crack. In realtà, si trattò di un fenomeno regionale, provocato dalla rimozione del protezionismo, che aveva imperato nella politica economica degli anni precedenti, la liberalizzazione del sistema bancario, un elevato indice di liquidità, e contenuti tassi di interesse per prestiti internazionali, che permisero l’arrivo con limitata vigilanza di importanti flussi di capitale in tutta l’America Latina.

Questa combinazione di misure fece sorgere il meccanismo conosciuto come “bicicletta finanziaria” che approfittava dello scarto fra i tassi locali e internazionali. Il gioco consisteva nel richiedere crediti all’estero, convertire la divisa al tipo di cambio vigente, di norma sopravvalutato, immetterla nel mercato finanziario locale, a termine fisso e alta quota, e chiudere il cerchio ricollocando i pesos in valuta pregiata, così producendo ingenti guadagni. A differenza di altri paesi della regione, che destinarono il credito a processi di industrializzazione e trasformazione dell’economia reale, in Argentina si ragionò a fini lucrativi.

Verso il 1980, con l’aumento dei tassi di interesse internazionali, e senza alternative, ci si avviò a un altro fallimento. La crisi esplose con la chiusura di banche private, e altri grandi istituti, nel corso di un anno, inducendo un ritiro massiccio di depositi e una domanda speculativa in divisa straniera. La significativa svalutazione della moneta, nel 1981, pose al bordo del precipizio gruppi economici locali, e imprese transnazionali, indebitati in dollari. Il peso affondò del 35 per cento rispetto al dollaro, mentre il Pil scese del 6 per cento, i prezzi al consumo scalarono del 155 per cento, e venne acuita la recessione con alta inflazione.

Di fronte a tale situazione, la banca centrale applicò un’assicurazione sul cambio per permettere i pagamenti dei debitori privati locali. Sebbene l’assicurazione prevedesse un tasso di interesse, a causa dell’inflazione e posteriori svalutazioni, si arrivò a una statalizzazione del debito estero privato per circa 17 mila milioni di dollari, liberando le imprese dagli impegni assunti e restituendo respiro all’economia.

Il fallimento della convertibilità (2001)

Negli anni intercorsi tra il 1982 e il 2001, nonostante moratorie unilaterali e tentativi di rifinanziamento con piani di recupero a lungo termine, il peso del debito, che assorbiva il 50 per cento delle entrate delle esportazioni, e lo sbilanciamento macroeconomico, risultarono opprimenti. Nel 1985, senza stabilità monetaria o equilibrio nei conti, e con la caduta dell’investimento pubblico, venne proclamata un’economia di guerra. L’iperinflazione iniziata nel biennio 1989-1990, che toccò il 3.079 per cento, l’incremento del 44 per cento del passivo, arrivato a 58.700 milioni, e il deficit delle imposte al 7.6 del Pil, trascinarono verso il basso il sistema produttivo e deteriorarono le condizioni di vita dei settori vulnerabili della società.

Dopo una sospensione, e un ritardo accumulato di 6 mila milioni di dollari, nel 1990, vennero ripresi i pagamenti in via parziale, e nel 1993 in forma regolare, attraverso il Piano Brady. Malgrado la riduzione della spesa, le privatizzazioni, l’aumento delle tasse e il rientro di capitali, le previsioni di arrivare al loro esaurimento per la fine del secolo, non si compirono, tra l’altro, a causa di fughe massive di depositi bancari locali, da parte di conglomerati internazionali e imprese private nazionali, e l’enfasi sulle importazioni a scapito delle esportazioni. Nel complesso, per mantenere la parità economica, nel decennio dal 1989 al 1999, si produsse un innalzamento del debito del 123 per cento, arrivando a 146.219 milioni, quando il tasso di disoccupazione era del 16 per cento e il 32 per cento della popolazione si trovava sotto la linea della povertà.

Nel 2000, il paese ottenne dall’Fmi un blindaggio di 38mila milioni di dollari con un interesse dell’8 per cento annuale. In ritorno, l’Argentina si compromise a congelare la spesa primaria per cinque anni, risolvere il dissesto fiscale, e riordinare l’apparato pensionistico. I disborsi sarebbero stati effettuati su due anni, in conformità con il progresso dell’agenda di risanamento, ed esclusivamente per la restituzione del debito e l’abbassamento del costo del finanziamento per il settore pubblico e privato. Tuttavia, alle prime avvisaglie dell’incapacità di far fede a tali impegni, si verificò la fuga di depositi più grande della storia del paese: 5.543 milioni in un mese. Per correre ai ripari, venne creato un meccanismo, chiamato Megacanje, mediante il quale si scambiavano titoli con tasso al 5 per cento, con altri al 18 nel lungo termine. Si comprò tempo, ma si perse in competitività. Inoltre, l’effetto combinato di questi due provvedimenti causò una dilatazione del debito e degli interessi sullo stesso. Venne dichiarato il default con un ammanco di 132.143 milioni di dollari, ai danni di argentini che avevano acquisito fondi previdenziali, e piccoli, medi e grandi risparmiatori distribuiti nel mondo, titolari del 72.2 per cento del totale. Si trattò di una bancarotta istituzionale che sovvertì l’organizzazione economica del paese.

L’uscita dal piano di convertibilità, che dal 1991 aveva mantenuto la parità fra il peso e il dollaro, venne decisa per decreto nel 2002. La “pesificazione asimmetrica” che stabiliva che i conti bancari in dollari venissero ricalcolati a un valore di 1.40 per dollaro, e i prestiti e i crediti conservassero il rapporto 1 a 1, fece lievitare il debito di 47 mila milioni di dollari. Un governo di unità nazionale assunse la triplice missione di ricostruire l’autorità politica e istituzionale, garantire la pace sociale, e gettare le basi di un rinnovato modello economico e sociale.

Il labirinto della dipendenza (2020)

Dalla fine del 2015 al 2019, il debito nel complesso crebbe del 76 per cento, e vennero battuti alcuni record con una cifra negativa: lo sblocco delle limitazioni per l’acquisto di moneta straniera, che deprezzò il peso della metà; il prestito singolo più elevato mai concesso dal Fmi, ammontante a oltre 50 mila milioni di dollari ed equivalente all’11 per cento del Pil del 2018; e l’accordo capestro con i “fondi avvoltoio”, con la somma maggiore corrisposta dal 1996, e un rendimento per i creditori del 1.180 per cento sull’importo iniziale. Né  la crisi del cambio né  le raccomandazioni del Fmi, indussero al dubbio, rispetto all’efficacia delle misure intraprese, e la necessità di invertire senso di marcia. Venne firmato un altro contratto per 5.650 milioni di dollari dalla Banca Interamericana di Sviluppo. L’Argentina divenne la nazione più indebitata al mondo.

I 9.300 milioni di dollari pagati ai “fondi avvoltoio”, per i quali si dovette derogare una legge dello stato, ebbero il risultato di far sollevare le misure cautelari contro il paese e riconnetterlo agli investitori esteri, ma in assenza di un contenimento di salari, pensioni e sociali, ampliati con rapidità in anni recenti, l’economia argentina non fece il salto di qualità sperato. Peraltro, la magistratura, aprì un’inchiesta e, incontrate numerose irregolarità, sottopose a giudizio quanti furono coinvolti, per svolgimento di attività incompatibili con la funzione pubblica e traffico di influenze. L’operazione venne definita una truffa ai danni dello stato. Pure la svalutazione del peso non favorì il mercato, piuttosto rincarò del 20 per cento il debito delle province. A poco servì la liquidazione degli holdout che erano rimasti fuori dalle riconversioni dei titoli del 2005 e il 2010.

In meno di due anni, fra dicembre del 2015 e giugno del 2017, le cambiali emesse dal governo furono di quasi 100 mila milioni di dollari, inaugurando il terzo grande ciclo di indebitamento, a un ritmo più veloce di quello cominciato con la dittatura militare del 1976. All’inizio del 2019, i dati nazionali indicavano il disavanzo al 97.7 per cento del Pil, il più alto della regione, sebbene la commissione economica per l’America Latina dell’Onu lo stimava al 100 per cento. A metà agosto, la relazione era al 100.4 per cento, quasi il doppio del 2015.

Dispersa l’eredità guadagnata dal 2003 al 2015, e con un paese in rovina e in balia della fluttuazione del dollaro, l’attuale amministrazione ha dovuto incamminare una rinegoziazione, annunciando l’impossibilità di onorare gli obblighi e senza segnali di crescita. La definizione della strategia per la sostenibilità del debito sovrano, e l’estinzione di una sua parte, è a carico di uno studioso e politico argentino, stretto collaboratore del premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz. A gennaio del 2020, è stato inviato al parlamento un progetto di legge per la ristrutturazione e, a febbraio, l’Fmi ha sollecitato la collaborazione dei creditori privati per un passivo definito insostenibile. All’inizio di aprile, i legislatori argentini hanno postergato l’indennizzo degli interessi, che per le agenzie di rating corrisponde a un default.

Al termine dello stesso mese, è stata inoltrata la prima proposta formale dell’esecutivo, appoggiata, nel mese di maggio, da un gruppo di 150 economisti, fra cui Stiglitz ed Edmund Phelps. Ne sono succedute ruote di consultazioni, con rifiuti e rilanci di tutte le controparti. Al momento, il 93.5 per cento dei proprietari del debito, regolato dalla norma internazionale, ha accolto l’ultima offerta del governo di 54.8 dollari per ogni 100 di valore nominale. Si è anche arrivati a un’accettazione del 98 per cento dei titoli soggetti alla giurisdizione argentina.

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