Uffici chiusi, fabbriche ferme. All’Iran ricco di gas manca l’energia. Ecco perché

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L’Iran sta attraversando una delle peggiori crisi energetiche della sua storia recente. Diversi uffici pubblici, comprese le scuole e le università, così come gli impianti produttivi e gli esercizi commerciali, stanno lavorando a orario ridotto e/o subiscono limitazioni o interruzioni nella erogazione dell’energia elettrica, con diverse chiusure programmate per risparmiare risorse energetiche; perfino le autostrade sono rimaste quasi al buio. Lo scenario evoca una sorta di paradosso, visto e considerato che parliamo di un Paese che possiede alcune delle maggiori riserve mondiali di petrolio e gas naturale.

La notizia non è affatto un mistero per la cittadinanza: il presidente della Repubblica islamica Masoud Pezeshkian, parlando in televisione, aveva avvisato la popolazione delle criticità che si profilavano, scusandosi per i disagi e assumendo l’impegno per evitare che la situazione si protraesse ulteriormente.

La penuria di energia non crea problemi solo ai servizi pubblici, alle attività economiche e ai comuni cittadini. La carenza di risorse potrebbe avere dei riflessi anche sul servizio idrico, mentre per contenere il malcontento il Governo ha deciso di operare dei tagli ai consumi delle centrali, risparmiando per ora le abitazioni, anche perché l’arrivo dell’inverno – e delle temperature rigide – rischierebbe di privare molte case della principale fonte di approvvigionamento. Infatti, nella Repubblica Islamica circa il 70% del fabbisogno energetico è coperto dal gas naturale, e circa 9 case su 10 utilizzano tale fonte per gli usi domestici (riscaldamento e cucina), discorso che vale tanto per le città, come per le campagne, registrando un’incidenza di gran lunga superiore a quella in essere in Europa o negli Stati Uniti.

La compagnia elettrica statale, la Tavanir, ha già avvisato i titolari di tutte le attività produttive, dall’alimentare alle manifatture, di tenersi pronti a frequenti interruzioni dei flussi energetici, in taluni casi per intere settimane, determinando un calo produttivo stimato tra il 30 e il 50%, con perdite nell’ordine di decine di miliardi di dollari.

Preso atto della crisi che si profila all’orizzonte, con le inevitabili ricadute sull’economia iraniana, occorre chiedersi per quali ragioni si sia determinata una crisi del genere in un Paese che, come accennavamo, è ricco di materie prime. I problemi sono diversi, e vanno dalle infrastrutture sempre più obsolete e inefficienti, a questioni analoghe che investono l’intera catena produttiva e distributiva. Non va dimenticato che la Repubblica Islamica subisce da decenni durissime sanzioni economiche dall’Occidente a trazione statunitense, che da un lato penalizzano fortemente gli investimenti esteri e dall’altro non consentono di approvvigionarsi delle risorse e delle tecnologie necessarie all’ammodernamento del settore energetico. A tutto questo va aggiunta la gestione non sempre efficiente delle risorse, fenomeni di corruzione e tariffe molto basse, che finiscono per alimentare consumi eccessivi e sprechi. Inoltre, a febbraio del 2024 Israele, in una delle diverse incursioni sul territorio iraniano, ha fatto esplodere due importanti gasdotti, privando così il Paese di alcune importanti infrastrutture.

Le preoccupazioni delle autorità della Repubblica Islamica non riguardano solo la tenuta del sistema produttivo ed energetico, ma anche il consenso interno. Un Paese già duramente provato dalle sanzioni e dall’isolamento da parte dell’Occidente, assieme al crollo della valuta interna (il rial), rischia di vedere crescere il malcontento, in una fase politica molto delicata per l’Iran, alle prese con la caduta di Assad in Siria e le crescenti tensioni nell’area del Medio Oriente, che potrebbero essere acutizzate dall’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, le cui posizioni rispetto a Teheran sono ben note.

Una boccata di ossigeno, quantomeno sotto il profilo della difesa, potrebbe arrivare dall’accordo di partenariato strategico con la Russia, la cui sottoscrizione – a lungo lasciata in sospeso – è stata annunciata per le prime settimane di gennaio, pochi giorni prima dell’insediamento di Trump. Solo il tempo ci dirà se l’appoggio e il sostegno dell’alleato – assieme all’adesione a SCO e BRICS – potrà regalare maggiore stabilità a un assetto economico duramente provato.