Un modello di sovranità europea: almeno nel calcio, che sportivamente divide tifosi e popolazioni, l’Europa è unita e oppone un barrage all’ipotesi che possa concretizzarsi la discussa proposta attribuita alla Fifa di Gianni Infantino e che porterebbe all’apertura delle attività legate al Mondiale di calcio a investitori privati, come si è discusso nei giorni scorsi sulla scorta di un’esclusiva del Financial Times. Le 55 federazioni della Uefa, l’organo che governa il calcio europeo, si sono opposte alla proposta che prevedrebbe l’ingresso di una cordata guidata dal finanziere Joshua Kushner, fratello di Jared, genero del presidente Usa Donald Trump che è il patrono politico per eccellenza di Infantino, in un veicolo da 20 miliardi di dollari per commercializzare le attività della Fifa.
Da Nyon è giunta perentoria la minaccia: la Uefa boicotterà le competizioni Fifa se il piano-Infantino procederà. Un colpo durissimo per il leader del calcio globale, che di recente ha rivendicato come un successo il boom di ricavi del Mondiale Usa-Canada-Messico conclusosi il 19 luglio scorso, anche nella prospettiva di un progetto di rielezione che a marzo lo vedrà in cerca di un quarto mandato. E, del resto, Infantino deve registrare anche l’uscita delle 41 federazioni della Concacaf del Centro e Nord America, ivi comprese quelle dei tre Paesi ospitanti l’ultima rassegna iridata, che si sono dette preoccupate del progetto.
Ceferin contro Infantino
Aleksander Ceferin, il presidente sloveno della Uefa, è da tempo ai ferri corti con Infantino. La Uefa ha di recente distanziato le sue posizioni da quelle dell’organo di Zurigo sul caso di Folarin Balogun, il calciatore statunitense la cui squalifica prima dell’ottavo perso col Belgio al recente Mondiale fu di fatto sospesa dalla Fifa in una decisione senza precedenti, definita da Nyon come il passaggio di una rischiosa “linea rossa”, lasciando intendere di ritenerla una concessione unilaterale alle aspettative di Trump. Ceferin ha peraltro saltato anche la finale vinta dalla Spagna contro l’Argentina, e ora con questo smarcamento il solco si amplia. Del resto, alla Uefa non è la prima volta che progetti del genere vengono affrontati: nel 2021, la Uefa affrontò con risolutezza il tentativo di diversi club di creare una Superlega autonoma, al fine di innalzare i profitti e le entrate del sistema-calcio continentale.
L’organizzazione tenne il punto e non se ne fece nulla, anche se nella riforma della Champions League poi andata in essere si può leggere un tentativo di rispondere alle istanze di molti club di richiedere margini crescenti e possibilità di espansione economica, favorendo ad esempio gli incontri tra club di primo piano già nelle fasi iniziali della competizione. Ieri come oggi, però, si nota una divergenza di visione tra le diverse filosofie di governo dello sport più popolare al mondo, con la Fifa che sembra ragionare guardando ai grandi modelli delle leghe americane creatrici di profitti e margini notevoli, dalla Nba alla Nfl, e la Uefa che rimane legata a una logica tradizionale fondata sulla relazione tra le federazioni nazionali che, del resto, competono tra loro per l’attrattività dei talenti, per le quote di mercato dei diritti televisivi, per le prospettive di crescita.
Calcio, l’Europa al centro del mondo
Del resto, anche economicamente, l’Europa è il più importante motore per il calcio internazionale. Bastano alcune cifre. La Fifa ha rivendicato che il ciclo mondiale 2023-2026 ha generato 15 miliardi di dollari di ricavi, pari a poco più di 13 miliardi di euro. Un valore chiaramente condizionato dall’unicità della rassegna iridata, ma che anche contando l’attenzione globale del torneo, espanso a 48 squadre su iniziativa di Infantino, è ridotto rispetto al flusso di risorse che ogni anno generano le leghe europee. Una recente analisi di Deloitte, commentata da Reuters, calcola in 40,2 miliardi di euro il giro d’affari generato nel calcio europeo nella stagione 2024-2025, 9 dei quali solo dalla Premier League inglese, lega-regina.
L’Europa resta il perno del sistema-calcio come palcoscenico competitivo, come centro di sviluppo delle carriere dei migliori campioni, come base di tifosi stabile e come giro d’affari, e lo stop al piano unilaterale della Fifa è anche il frutto della certezza delle federazioni di poter trovare ascolto alle loro preoccupazioni. Cinque degli ultimi sei mondiali sono andati a selezioni europee e così tutte le edizioni della Coppa del Mondo per Club dal 2007 a oggi, eccezion fatta per il 2012. Le partite, anche in Nord America, si sono giocate a orari pensati, in larga misura, per l’accessibilità al pubblico europeo, con anche la finale trasmessa in prima serata nel fuso orario del cuore del Vecchio Continente. Non c’è calcio senza Europa. La Uefa lo ribadisce. C’è ancora qualcosa in cui il Vecchio Continente è al centro del mondo, e il mondo del pallone è uno di questi sistemi. Resta poco altro in cui proiettare egemonia da parte di questa vecchia Europa. Ma sicuramente l’azione corale della Uefa è un’utile lezione anche per altri, ben più decisivi mondi: se l’Europa si muove unita, ha la possibilità di far sentire la propria voce. Dovremmo iniziare a ricordarcelo più spesso.
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