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Prove di disgelo tra Unione europea e Cina. Sotto la pioggia battente dei dazi statunitensi, Bruxelles e Pechino studiano contromosse adeguate per limitare i danni delle tariffe imposte dagli Stati Uniti. Certo, almeno per i prossimi 90 giorni, il Vecchio Continente potrà tirare un sospiro di sollievo. Lo stesso non vale per la Repubblica Popolare Cinese, risucchiata in una guerra commerciale senza esclusione di colpi con l’amministrazione guidata da Donald Trump, che ha fatto schizzare i dazi al 145% sul fronte asiatico e al 125% su quello americano.

È in questo contesto che Xi Jinping si trova costretto a rafforzare, innanzitutto, i rapporti con l’intero vicinato della Cina – dal Giappone alla Corea del Sud, dal partner russo all’Asean delle nuove (e vecchie) Tigri asiatiche – ovvero con un’area geografica che coincide con una maxi-regione profondamente allarmata dall’imprevedibilità mostrata dalla Casa Bianca a trazione repubblicana.

Ma la partita più importante che Xi intende giocare chiama in causa l’Europa – o meglio, l’Unione Europea. Si intravedono spiragli di collaborazione: mani tese, assist e condizioni favorevoli per un dialogo economico più strutturato.

La diplomazia delle auto tra Ue e Cina

Qualcosa si muove lungo il travagliato asse Bruxelles-Pechino. Un portavoce della Commissione europea ha fatto sapere che l’Unione Europea e la Cina hanno concordato di valutare la possibilità di stabilire prezzi minimi per i veicoli elettrici (Ev) Made in China, in sostituzione dei dazi imposti dall’Ue lo scorso anno.

Il commissario europeo per il commercio, Maros Sefcovic, ha appena parlato con il ministro del Commercio cinese, Wang Wentao, esprimendo la volontà di risolvere il rebus sugli Ev cinesi. E così, mentre Trump colpisce l’economia del Dragone a suon di dazi, ecco che Bruxelles potrebbe clamorosamente negoziare un’alternativa alle tariffe imposte lo scorso ottobre sulle auto green provenienti da oltre Muraglia.

Tariffe, ricordiamolo, che arrivano al 17% per Byd, al 18,8% per Geely e al 35,3% per Saic, da aggiungere alla tassa standard dell’Ue sull’import di automobili pari al 10%. La possibile soluzione? Cancellare le prime tariffe per accordarsi su eventuali impegni sui prezzi minimi, noti come “impegni sui prezzi per le auto importate”.

La vera posta in gioco

Nel caso in cui si dovesse arrivare a una fumata bianca, allora Cina e Ue potrebbero anche pensare di passare allo step successivo: ragionare in termini di un accordo commerciale quadro generale. A dire il vero c’è da tempo qualcosa di grosso sul tavolo di Bruxelles e Pechino, anche se ormai l’intero dossier è sommerso da tonnellate di polvere.

Parliamo del cosiddetto Comprehensive Agreement on Investment (Cai), e cioè l’accordo sugli investimenti siglato tra Ue e Cina nel 2020, dopo ben sette anni di intensi negoziati. Un accordo, tuttavia, non ancora ratificato e “congelato” dal Parlamento europeo a causa di preoccupazioni legate ai diritti umani e da sanzioni reciproche.

I dazi di Trump potrebbero magicamente far tornare di moda il Cai. Il punto cruciale di questo accordo riguarda infatti una maggiore apertura del mercato cinese agli investimenti provenienti dall’Unione europea. Il senso può essere sintetizzato in questi termini: così come le aziende europee godranno di un migliore accesso alla Cina, quelle cinesi non saranno ostacolate dall’Europa. Non solo: le stesse aziende europee che vorranno competere sul mercato cinese, potranno farlo da sole (con una succursale), senza doversi più aderire a un partner locale (joint venture). Il Cai tutelerebbe anche lo spinoso nodo del know how e, in generale, offrirebbe a Cina e Ue un non indifferente ombrello per proteggersi dalla pioggia di dazi.

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