Il 3 aprile 2026, in un gesto di rara coordinazione, i ministri dell’Economia di Italia, Germania, Spagna, Austria e Portogallo hanno avanzato alla Commissione Europea una richiesta formale: tassare i profitti straordinari delle compagnie energetiche per evitare che il peso della crisi – causata dal conflitto USA-Iran – gravi interamente su famiglie e bilanci pubblici.
La risposta, arrivata il 22 aprile tramite il pacchetto “AccelerateEU”, è stata chiara. La Commissione ha escluso la tassa, preferendo la strada della “flessibilità”. La resistenza alla richiesta dei ministri è motivata dall’assenza di un consenso unanime all’interno del Consiglio UE. I Paesi che si sono mostrati reticenti, lo sono per motivazioni apparentemente molto diverse: da un lato i Paesi Bassi e i Nordici si sono detti “timorosi che la tassa freni gli investimenti verdi”, dall’altro l’Ungheria, che ha sposato una linea di deregulation generale, ha dichiarato di voler sospendere anche le norme relative all’emissioni di metano. Nel mezzo, Repubblica Ceca e Slovenia, gelose della propria autonomia fiscale.
Nel concreto la decisione di Bruxelles blocca un flusso di entrate che sarebbe necessario all’Unione per far fronte alla crisi energetica ed economica, che intende affrontare con il pacchetto AccelerateEU. Lemisure previste, tra cui: voucher energetici, leasing sociale per pannelli fotovoltaici e trasporti pubblici economici — coerenti con un’agenda incentrata sull’equità sociale e la transizione ecologica —rimangono prive della necessaria copertura finanziaria che una tassa sugli extra-profitti avrebbe garantito.
La decisone è paradossale se si considera che, tra il 2022 e il 2026, il trend della crescita dei profitti del settore energetico ha segnato un record storico, con il 2026 che ha segnato il picco: nel primo trimestre, i margini sono volati del 60% sopra la media, con l’aggravante che i risultati registrati non sono motivati dall’efficienza, ma da distorsioni sistemiche.
Il meccanismo del “marginal price”, per esempio, ha permesso (e permette) a chi produce energia da rinnovabili o nucleare (a costi bassi) di venderla a prezzi altissimi, dettati dal gas o, ancora, le operazioni speculative condotte dalle divisioni di trading interne ai colossi energetici (come Shell ed Eni) che, sfruttando una netta asimmetria informativa, incassano miliardi scommettendo quotidianamente sulle oscillazioni dei prezzi dell’energia.
A tale orizzonte speculativo si aggiunge un meccanismo di distribuzione che vede una parte enorme di questi extra-profitti rimanere nel circuito finanziario o nel settore fossile. Invece di un massiccio reinvestimento nella rete, le aziende ricomprano le proprie azioni con il meccanismo di buyback, per farne salire il valore in borsa, e distribuiscono dividendi “record” agli azionisti, per mantenerli fedeli durante la transizione energetica.
La conseguenza, come riporta l’IEA (Agenzia Internazionale dell’Energia), è che meno del 50% di questi guadagni viene reinvestito in energia pulita.
Il blocco della misura a danno dei colossi energetici non è casuale; lo strapotere che esercitano, attraverso l’attività di lobbying, riesce ad indirizzare legislazione ed iniziative europee.
Secondo i rapporti pubblicati in aprile 2026 dal Corporate Europe Observatory (la principale ONG che monitora l’attività di lobbying), le lobby del gas hanno speso, per l’appunto, oltre 250 milioni di euro in un anno, per influenzare AccelerateEU.
Il lavoro di Investigate Europe – consorzio di giornalisti che pubblica regolarmente inchieste sui sussidi occulti ai combustibili fossili (che in UE superano ancora i 50 miliardi di euro l’anno) – rivela, invece, i meccanismi con cui i governi nazionali proteggono i propri campioni energetici durante le votazioni in Consiglio UE.
Non è un caso se, tra i Paesi che risultano maggiormente influenzati dalle lobby del petrolio, compaiano (insieme a Germania ed Italia) proprio l’Ungheria e la Repubblica Ceca (due tra i Paesi che hanno bloccato la proposta in Consiglio). Il primo è, infatti, noto per le strette relazioni tra il governo e i fornitori, storicamente russi, ora diversificati; il secondo, la cui economia è mossa da un settore dell’industria pesante, vede nelle regolamentazioni ambientali un rischio immediato per la competitività economica in tempi di crisi.
In questo scenario, da un non-paper è trapelata l’informazione che la Commissione Europea sta valutando con discrezione di sospendere le sanzioni sulle emissioni di metano: senza limiti di tempo, senza una definizione chiara di cosa costituisca una crisi e senza un tetto massimo alla durata delle esenzioni. Tutto ciò non è avvenuto nel vuoto. È il risultato della pressione diretta dell’amministrazione Trump, concretizzatasi nell’editoriale pubblicato il 12 maggio 2026 sul Financial Times, firmato dell’Ambasciatore statunitense presso l’UE, John Rakolta Jr., il quale sostiene che norme sul metano “potrebbero innescare una crisi energetica”. L’industria ha fatto eco a queste tesi. Il riccatto della lobby del petrolio è sottile: “Se ci multate per le emissioni, le navi di GNL andranno in Asia e l’Europa resterà al freddo”.
Il settore a cui verrebbero applicate le nuove deroghe, secondo una strategia che la Direttrice Generale per l’Energia della Commissione Europea Ditte Juul Jørgensen considera “pragmatica”: è responsabile per quasi il 30% dell’aumento della temperatura globale, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia.