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La centralizzazione delle finanze del Vaticano sotto il controllo dell’Istituto per le opere religiose (Ior) decisa da Papa Francesco è una notizia importante per un’ampia serie di ragioni.

La rivoluzione della trasparenza

In primo luogo, perché culmine di una rivoluzione della trasparenza promossa da papa Francesco negli ultimi anni, dopo esser stata avviata da Benedetto XVI sul finire del suo pontificato, per adeguare a standard gestionali più alti il governo delle finanze vaticane.

Il rescritto con cui il 23 agosto scorso Bergoglio ha imposto il trasferimento entro il 30 settembre di tutti gli asset finanziari liquidi o no dalle istituzioni vaticane allo Ior è il dito. La Luna sono gli anni di lavoro sotterraneo avviato da alti prelati come George Pell e dal C6,  il team di sei porporati (i cardinali Óscar A. Rodríguez Maradiaga, Reinhard Marx, Sean Patrick O’Malley, Oswald Gracias, Pietro Parolin, Giuseppe Bertello, a cui si sono aggiunti il segretario del Consiglio, monsignor Marcello Semeraro, e il segretario aggiunto, monsignor Marco Mellino) preposto a un’incisiva riforma delle finanze e della Curia; sono gli interventi incisivi fatti durante i pontificati di Benedetto XVI e Francesco coinvolgendo anche consulenti esterni, come l’ex presidente di Deloitte Italia Libero Milone, tra i massimi esperti europei di revisione contabile, al quale nel 2015 il Papa affidò un audit senza precedenti, centrato sulla necessità di supervisionare e ispezionare le attività contabili di 120 enti del Vaticano.

Milone si è dimesso su pressioni curiali nel 2017 – pare – dopo aver scoperto i problemi gestionali legati al controverso affare del palazzo di Londra che vedeva l’Obolo di San Pietro socio in affari del finanziere Raffaele Mincione risoltosi in un drastico danneggiamento delle finanze vaticane.

Lo Ior e la nuova gerarchia

In secondo luogo, papa Francesco impone oggi una gerarchia effettiva alle finanze della Santa Sede. Svolta decisiva per adeguarsi nel migliore dei modi alle prescrittive richieste dell’antiriciclaggio internazionale e per gestire un “portafoglio” di attività di circa due miliardi di euro. Il trasferimento delle risorse allo Ior è effettivo nelle stesse settimane in cui entra in vigore il Documento di politica di investimenti della Santa Sede e dello Stato Città del Vaticano, approvato a luglio e che sarà valido per cinque anni, con cui la Santa Sede vuole uniformare i suoi investimenti alla Dottrina sociale della Chiesa, evitare l’arrivismo finanziario di partner e gestori spregiudicati di fondi intenti a sfruttare i legami col Vaticano per facili profitti, denunciando nella prassi la speculazione che tutti gli ultimi pontefici hanno bollato come controproducente e sviluppando attività che tutelino, si legge nel documento, “il valore reale del patrimonio netto della Santa Sede, generando un rendimento sufficiente a contribuire in modo sostenibile al finanziamento delle sue attività”.

Il Sole 24 Ore ha indicato queste regole decisamente restrittive e bisognose di una supervisione concreta: “Sono esclusi i Paesi delle ‘black list’, nessuno short selling o high frequency trading (compreso l’intraday), e naturalmente niente future e options, a meno che non siano effettivamente per copertura. I settori al bando sono: pornografia e prostituzione, gioco d’azzardo, armi, centri sanitari pro-aborto, aziende che producono contracettivi e/o lavorano con cellule staminali embrionali. Settori non esclusi ma da evitare: oltre a attività petrolifera anche il nucleare e bevande alcoliche. Come metodi di investimento sono da privilegiare fondi comuni e Etf, da evitare acquisti diretti di azioni e bond”, ritenuti invece in passato il metodo d’azione preferito in campo vaticano. Per governare una svolta simile serve una gerarchia precisa, e il potere dato allo Ior, depurato dopo anni di problematiche gestionali, non è casuale. Lo Ior non è una banca ma un’istituzione di custodia di asset finanziari, qualcosa a metà tra un fondo di garanzia e un ente regolatore. Dal luglio 2014, alla sua guida, l’economista e banchiere francese Jean-Baptiste Douville de Franssu (classe 1963) ha dato applicazione alle direttive papali e ora si può definire lo Ior estremamente sviluppato in ordine di compliance e credibilità per gli standard internazionali. Dunque pronto alla sfida dell’amministrazione.

Leggere i segni dei tempi

Terzo punto che spiega la ragione della centralizzazione è, in questo contesto, il timore per l’effetto contagio che una prossima crisi internazionale, in un contesto fragile sotto diversi punti di vista, potrebbe generare, arrivando fino all’Oltretevere. Già durante la pandemia di Covid-19 il Vaticano fu costretto a tagli di bilancio e a una vera e propria austerità per ovviare alle svalutazioni imposte dalla crisi, ai minori ingressi finanziari da oboli e beneficienza, dal crollo degli afflussi turistici a San Pietro e negli altri luoghi sotto la sovranità della Santa Sede. Ora si vuole giocare d’anticipo.

Ed è a dir poco rivoluzionario il fatto che a governare questa svolta sarà lo Ior. Per decenni associato a un’istituzione sulfurea, custode di complotti e giochi di potere lontani dall’insegnamento della Chiesa. E coinvolto in problematiche storie che hanno segnato la storia d’Italia, come le avventure dei “banchieri di Dio” Roberto Calvi e Michele Sindona, e d’Europa, come la discutibile gestione di monsignor Paul Marcinkus ha ricordato. L’era in cui per lo Ior poteva, per negligenza, transitare di tutto, dai fondi di Cosa Nostra a quelli di trafficanti d’armi e Stati-canaglia, è finito per sempre. Adeguarsi all’era globalizzata significa anche evitare di farsi travolgere dal caos in settori che governano l’ordine globale come la finanza. Specie in tempi duri ove si prepara una grande incertezza. Anche questo significa leggere i segni dei tempi. Obiettivo di una Chiesa post-conciliare che ora con la trasparenza e la centralizzazione delle finanze mira a resistere alla grande tempesta dell’era della guerra in Ucraina e della minaccia di una nuova recessione attivata dalla crisi energetica e dall’inflazione dirompente.

 

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