La recente firma del Memorandum tra Italia e Cina ha aperto nuovi scenari e nuove polemiche all’interno del dibattito politico.

La critica dell’opposizione contro il Memorandum Italia Cina

L’intesa tra Roma e Pechino, che è stata seguita anche dalla firma di 29 accordi commerciali, potrebbe infatti rappresentare uno spartiacque per l’Italia, non solo in termini economici, ma anche di collocazione geopolitica. E le critiche più aspre dall’opposizione si sono focalizzate essenzialmente su questo secondo aspetto.

Il Partito democratico, ma anche la maggioranza politica in sede Ue, ha ammonito l’Italia sul rispetto dell’Alleanza Atlantica e sul pericolo rispetto all’adesione alla Nuova Via della Seta, descritto come un cavallo di Troia cinese. Focalizzandosi sul tema geopolitico, l’opposizione ha perso però di vista alcuni aspetti più concreti e pratici che potrebbero creare problematicità rispetto all’ingresso della Cina in Italia.

Ambiente e lavoro, i veri rischi di un accordo con Pechino

Quando infatti si parla di Cina e dei suoi investimenti economici, sono due gli aspetti critici che dovrebbero subito saltare all’occhio: l’ambiente e il lavoro. Sono infatti facilmente verificabili i problemi di Pechino sul rispetto degli standard ambientali, sia per i centri urbani (dove si concentrano le grandi infrastrutture), ma soprattutto per i suoi porti commerciali. Se tra le dieci città più inquinate al mondo, tre sono cinesi (Pechino, Guangzhou e Shanghai), gli scali marittimi cinesi non se la passano di certo meglio.

Non troppi anni fa il National Resources Defense Council americano pubblicava un report dal titolo piuttosto significativo: I porti cinesi sono i principali responsabili dei problemi legati all’inquinamento atmosferico. Addirittura il solo porto di Hong Kong sarebbe stato responsabile del 50 per cento delle emissioni di ossido di zolfo e di un terzo di quelle di ossido di azoto, mentre nel porto di Shenzen (poco più a nord di Hong Kong), invece, le navi producono i due terzi di ossido di zolfo. Ora, appare chiaro come l’esportazione di un simile modello di sviluppo possa comportare seri rischi ambientali.

In particolare, il Memorandum e i relativi accordi commerciali prevedono che i porti di Trieste e Genova diventino gli hub, i centri principali dove si concentrerà il maggiore scambio tra Italia e Cina. Gli accordi prevedono clausole volta alla salvaguarda ambientale dei porti di Trieste e Genova? Purtroppo i contenuti precisi circa le modalità dell’esecuzione del progetto non sono ancora del tutto emersi. Una, pur timida, rassicurazione sembra essere arrivata da Zeno D’Agostino, Presidente dell’Autorità di sistema portuale del mare Adriatico orientale. D’Agostino sostiene infatti che l’esecuzione degli accordi sarà comunque mediata da Bruxelles, che, aggiungiamo noi, teoricamente dovrebbe anche garantire il rispetto di determinati standard ambientali.

L’impatto della Cosco sui lavoratori greci

In secondo luogo, ma non per questo meno importante, vi è il tema del lavoro. La presenza cinese nei porti di Trieste e Genova avrà un qualche impatto sul mondo del lavoro in quei centri? Per provare a rispondere possiamo prendere l’esempio del porto del Pireo, dove l’impresa cinese Cosco detiene quasi tutto il traffico. Pur avendo incrementato il volume d’affari del 20% negli ultimi anni, la presenza cinese nel porto greco sembra però aver portato diversi problemi ai dipendenti portuali.

Come riportato da Lettera43 nel Pireo “il sindacato è scomparso e l’attività è triplicata”. Gli standard lavorativi si sarebbero talmente abbassati che si è diffusa l’abitudine di lavoro a chiamata via sms, con gli scaricatori greci costretti dunque a garantire una maggiore e rapida disponibilità. Tra le altre cose la Cosco avrebbe anche smesso di chiamare le ambulanze in caso di infortuni sul lavoro, onde evitare di incorrere in questioni legali.

Qualche anno fa l’unico sindacato greco ancora attivo nel Pireo ha tentato uno sciopero contro queste pratiche, ma pare che l’Ambasciata cinese abbia fatto pressioni al Governo greco affinché bloccasse le rimostranze dei lavoratori. Insomma, anche in questo caso non sarebbe del tutto auspicabile l’esportazione del modello cinese nei porti italiani. La reale portata di questi rischi dipende in ultima analisi da quali precise clausole sono presenti negli accordi, quanta libertà è stata data alla Cina nella gestione delle attività portuali e quanto potere ha l’Italia di farsi valere in caso di eventuali infrazioni cinesi.

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