Il coronavirus è la Caporetto dell’economia mainstream, il punto di caduta dell’ideologia neoliberista e di tutte le sue derivate (principalmente europee) che si trovano ora messe in seria discussione. Il capolinea di una serie di miti duramente sfatati dalla realtà dei fatti e dall’avanzare di una crisi sanitaria, politica ed economica. Una Caporetto a cui non farà seguito una Vittorio Veneto,perché è la seconda in un decennio dopo che già la Grande Recessione aveva messo in dubbio la veridicità dei dogmi narrati nei trent’anni precedenti.

Come ha scritto Giuseppe Gagliano commentando l’opera di uno studioso del calibro di Luciano Gallino la teoria neoliberista si fonda su tre parametri: “i mercati sono perfettamente in grado di autoregolarsi, il capitale affluisce dove la sua utilità risulta massima, i rischi del sistema sono integralmente calcolabili”. Tre parametri che però, come viene spiegato, non sono mai stati intaccati nonostante la ciclicità delle crisi. Anzi, in particolare l’Europa ha completamente ceduto alla narrativa della supermazia dei mercati sugli Stati le politiche economiche nazionali, infine la cultura millenaria del Vecchio Continente.

Grandi operatori finanziari come BlackRock e Goldman Sachs chiedono ai loro investitori di riposizionarsi dalla speculazione di breve agli investimenti di lungo periodo. Negli Stati Uniti il caso di Disney, che decide di lasciare a casa senza paga 100mila dipendenti in congedo non retribuito fa accrescere i dubbi di un sistema economico in cui l’amministratore delegato guadagna 900 volte lo stipendio medio dei dipendenti. Anche il Vaticano, via Osservatore Romano, tuona: “Il nemico numero uno” nella fase post-crisi sarà l’ideologia neoliberista.

Gli interventi pubblici per decine di miliardi di dollari a sostegno di filiere economiche in crisi ricordano quanto il primato assoluto dei mercati sia tutto da dimostrare. Le misure di economia di guerra e la concentrazione industriale nella produzione di ventilatori, mascherine, dispositivi sanitari in tutto il mondo hanno richiamato all’urgenza di tutelare dalla competizione di mercato gli asset più importanti per le fasi di crisi.

L’ideologia dominante dell’austerità si sgretola davanti ai “bazooka” economici messi in campo da Paesi come Germania, Regno Unito, Francia. Paesi che sul fronte interno reagiscono oltre ogni doma alla sfida storica della crisi europea. Il mito del taglio alla spesa pubblica come fonte di competitività ha causato danni irreparabili ai sistemi sociali del Vecchio Continente: i 37 miliardi di euro sottratti alla sanità italiana nella stagione dei tagli inaugurata dal governo Monti e proseguita con il quinquennio di leadership del Partito Democratico hanno contribuito all’impreparazione di molte strutture allo tsunami del Covid-19. Il direttore del Mes, Klaus Regling, perorando l’utilizzo del suo strumento per l’Italia, in un’intervista al Corriere della Sera ha ricordato che Roma non diventerà “un’altra Grecia”, squarciando il cono d’ombra che le istituzioni europee avevano sempre mantenuto sul trattamento riservato ad Atene, la cui economia e il cui welfare sono stati immolati sull’altare dei programmi di ristrutturazione fiscale.

Crolla di conseguenza il mito dell’irrealizzabilità dei deficit pubblici. Donald Trump negli Usa prepara una manovra che negli States non si vedeva dai tempi di Franklin Delano Roosevelt. Emmanuel Macron ha già chiesto all’Assemblea Nazionale francese uno scostamento del deficit fino al 9% per l’anno in corso. Mario Draghi non ha problemi ad ammettere i limiti del quantitative easing monetario e ha suonato la carica per chiedere lo sdoganamento del potere di fuoco dei bilanci nazionali nella risposta alla crisi. Fatica a comprenderlo l’Italia, che non a caso conosce un revival della stagione dei tecnici e uno scarso coraggio della politica nel guidare l’azione.

Si schianta il suolo anche il mito dell’indipendenza totale delle banche centrali. Di cui finalmente si riscopre la funzione di sostegno, e non di sostitute, della politica economica. La Fed garantirà le cartucce della politica fiscale statunitense; la Bank of England monetizzerà il deficit di Sua Maestà; in Unione Europea crescono gli appelli perché anche alla Bce sia consentito di sostenere direttamente la spesa pubblica degli Stati membri, dopo che già il nuovo piano Pepp ha prodotto risultati positivi.

Il mondo evolve e si prepara a un cambio di paradigma: questioni come la tutela dei servizi essenziali, la difesa delle industrie nazionali, il legame tra politica ed economia non potranno più essere lasciate per scontate, in mano ai dogmi di un’ideologia unica. La svolta, concettuale e politica, per i governi avverrà quando essi sapranno sistematizzare in nuovi paradigmi le decisioni emergenziali delle settimane in corso. Nella consapevolezza che, soprattutto in economia, nulla è per sempre.

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