Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri (Pd) ha auspicato, in occasione della presentazione della Nota di Aggiornamento al Def (Nadef), che l’Italia inizi ad emettere dei “bond verdi”, in gergo finanziario green bond. Ovvero obbligazioni a cedola fissa che coi proventi delle emissioni finanzino strategie e investimenti volti a trovare soluzioni al problema ambientale.

Archiviato il sogno irrealizzabile del “superdeficit” con scorporo degli investimenti ambientali dal calcolo Gualtieri si inserisce in un canovaccio molto di moda nell’Europa contemporanea. Ovvero il finanziamento tramite emissioni ad hoc degli investimenti ambientali. Pratica degli Stati sovrani che ricalca i primi green bond (parte della più ampia categoria dei green and sustainable bond) emessi come obbligazioni aziendali.

I bond verdi e sostenibili stanno spopolando nel 2019, dato che la quantità emessa a livello mondiale sfiora i 120 miliardi di euro nel primo semestre (+48% sul 2018), e in questa quota 159 diverse emissioni hanno prodotto 52 miliardi di bond verdi.

Il rendimento medio delle obbligazioni aziendali, con le imprese che giustificano col medesimo fine degli investimenti verdi il green bond, è basso

Mediamente lo 0,57%, meno di obbligazioni corporate tradizionali, cosa che rende l’operazione più conveniente per l’azienda emittente che per il privato acquirente. La mancanza di controlli reali e di legislature ad hoc non consente di cogliere una correlazione diretta tra le emissioni verdi e gli investimenti delle imprese: potenzialmente i green bond potrebbero essere utilizzati per il pagamento di altre obbligazioni in scadenza che non sono per nulla sostenibili, in primo luogo per ragioni di rendimento maggiore. Nell’industria finanziaria va sempre più di moda l’espressione greenwashing per definire tale pratica, lavaggio di coscienza per certe aziende desiderose di trasmettere un’aurea a basso impatto ambientale.

Anche gli Stati hanno oramai intrapreso il cammino delle emissioni ambientalmente sostenibili, come ricorda Milano Finanza, che cita numerosi esempi di Paesi che hanno portato avanti politiche di questo tipo: dalle piccole Fiji al Cile, da Lituania, Seychelles e Irlanda all’Indonesia, primo Stato a emettere un green bond rispettante i requisiti della finanza islamica, per arrivare a due grandi economie europee come Francia e Olanda.

Quest’ultima “attraverso l’agenzia statale del Tesoro ha sganciato sul mercato un’emissione di ben 5,9 miliardi di euro il 19 maggio scorso, la prima della categoria a guadagnarsi il rating AAA. L’obiettivo, secondo il ministro delle Finanze, Wopke Hoekstra, è arrivare a 10 miliardi di euro, che verranno impiegati per contrastare i cambiamenti climatici, generare di energia pulita, promuovere l’efficienza energetica negli immobili, difendere il suolo dalle esondazioni e potenziare i trasporti pubblici a basso impatto ambientale”. Auguri all’Olanda: la recente protesta in massa degli agricoltori ha dimostrato come una politica ambientale fatta di sole penalizzazioni a settori considerati inquinanti è deleteria, e una promozione degli investimenti è sicuramente auspicabile.

Ma il tema apre un dubbio, un ragionamento che sarà centrale nella programmazione economica dei prossimi decenni: in che modo la crisi ambientale è risolvibile con gli strumenti tradizionali dell’indebitamento finanziario, con le logiche dell’austerità e nel contesto dell’attuale sistema di produzione? In campo economico, il dibattito è acceso. Personalità come Jeffrey Sachs promuovono l’ipotesi di una revisione completamente sostenibile del capitalismo, mentre studiosi del calibro di Naomi Klein paragonano il fallimento ambientale a una caduta pari a quella del comunismo ai tempi del Muro di Berlino. Senza arrivare a questi estremi, si può convenire con l’opinione del compianto sociologo Luciano Gallino,secondo cui quello da lui chiamato “finanzcapitalismo” ha contribuito con la progressiva estensione delle leggi di mercato ai beni e alla tutela ambientale a favorire la presente crisi economica.

Secondo Gallino in campo ambientale andrebbero promulgate politiche in netta rottura col passato, investimenti a pioggia con logica keynesiana e sviluppi continui dell’economia reale che tengano fuori il più possibile le logiche dell’indebitamento finanziario, mettendo al centro la natura di beni pubblici delle risorse ambientali. In questo contesto, il green bond, anche se non completamente inutili, è al massimo una cura omeopatica. Una verniciatura di verde delle logiche del “ce lo chiedono i mercati” che poco sul lungo termine può fare per garantire più sostenibilità ambientale.

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