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Negli ultimi anni in Sri Lanka è successo di tutto nella quasi indifferenza della comunità internazionale. All’inizio del 2022 il Paese inizia ad affrontare una crisi drammatica: l’inflazione annua sale al 60-70%, il costo delle importazioni schizza alle stelle, le riserve in valuta estera evaporano come neve al sole e il governo – all’epoca guidato dal presidente Gotabaya Rajapaksa – annuncia un default sull’enorme debito estero – contratto in primis con Cina e India – di oltre 50 miliardi di dollari.

A primavera dello stesso anno esplode la rabbia del popolo. Decine di migliaia di manifestanti scendono in piazza con proteste anti governative che si protrarranno per mesi. Nel luglio 2022 Rajapaksa è costretto a fuggire all’estero mentre il fratello, Mahinda, primo ministro in carica, si dimette.

Le redini di uno Sri Lanka a pezzi finiscono nelle mani di Ranil Wickremesinghe, presidente ad interim che lancia misure di stabilizzazione per salvare il salvabile: aumento dei tassi d’interesse e dell’Iva, eliminazione di sussidi, privatizzazioni e dialogo con il Fondo Monetario Internazionale (Fmi). Nel settembre 2024, mentre si intravedono piccoli segnali di ripresa, arriva infine l’elezione – con il 42,3% dei voti – di un nuovo presidente: Anura Kumara Dissanayake, socialista e primo presidente marxista del Paese.

Un problema economico

Nel 2024 il pil dello Sri Lanka è cresciuto di quasi il 5%, l’inflazione è negativa al -4,2% contro i picchi del 70% registrati nel 2022, ma a livello microeconomico permangono evidenti criticità. La povertà, infatti, resta elevata (intorno al 24,5%), i salari sono ancora sotto i livelli del 2019 e le tensioni sociali non sono affatto rientrate.

In un contesto così frammentato, debole e fragile, non sono mancate le continue segnalazioni di intelligence relative alla comparsa di molteplici focolai di estremismo islamico tra la popolazione musulmana della Provincia Orientale, soprattutto nell’area di Kalmunai (ne abbiamo parlato qui). Da quando poi è iniziata la guerra di Israele contro Hamas nella Striscia di Gaza, in numerose località turistiche srilankesi si sono ripetute allerte su allerte legate alla piaga del terrorismo islamico.

Il problema più grande resta però quello economico. Il fatto è che, al netto di dati e numeri, percentuali e statistiche, ancora oggi la nuova amministrazione dello Sri Lanka è intrappolata nei vari vincoli imposti dal Fmi e dal precedente establishment politico.

La ricetta rigenerativa – in gergo l’ “aggiustamento strutturale” – del Fmi ha incluso la privatizzazione delle imprese statali, la separazione della Banca Centrale dal controllo statale, la limitazione della capacità dello Stato di indebitarsi e la subordinazione delle aspirazioni di sviluppo nazionale agli interessi dei creditori. E ancora: le assunzioni nel settore pubblico sono congelate, così come importanti progetti infrastrutturali, mentre i finanziamenti per la sanità e l’istruzione restano stagnanti.

La lenta ripresa dello Sri Lanka

Il programma del Fmi, in sostanza, è stato pagato – e continua a esserlo ancora adesso – dai cittadini. L’obiettivo del Fondo? Raggiungere un avanzo primario di bilancio del 2,3% entro il 2025. L’aspetto curioso, come fa notare l’Economist, è che la maggioranza parlamentare della National People’s Power è dominata dal Janatha Vimukthi Peramuna (Jvp), un partito che ha guidato due insurrezioni armate negli anni ’70 e ’80 sposando un’ideologia che combina marxismo e nazionalismo singalese-buddista.

Ebbene, una volta al governo questa formazione politica – espressione dello stesso Dissanayake – ha accettato il programma del Fmi negoziato dai vecchi leader del Paese. L’opposizione, frammentata e screditata, accusa intanto il Jvp – che mantiene una struttura leninista con comitato centrale e Politburo – di voler copiare il sistema comunista cinese.

Sarà anche vero ma lo scorso agosto, nella capitale Colombo, è stato inaugurato il complesso residenziale “City of Dreams“, con tanto di casinò, hotel di lusso e negozi premium, e con la dichiarata intenzione di rendere lo Sri Lanka “la Macao dell’India“. Certo, all’orizzonte si intravede una timida ripartenza ma la strada verso una totale guarigione è ancora lunga. E dovrà superare anche un altro ostacolo: i dazi del 20% sulle esportazioni imposti dall’amministrazione Trump.

Sri Lanka
Anura Kumara Dissanayake giura come nuovo presidente.

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