L’Unione europea sta discutendo l’undicesimo pacchetto di sanzioni alla Russia accorgendosi che il potenziale contrasto a Mosca sul fronte economico-commerciale sta iniziando a manifestare rendimenti decrescenti. A Palazzo Berlaymont, sede della Commissione guidata da Ursula von der Leyen, aumentano le pressioni per colpire settori critici ad oggi non ancora toccati direttamente. Tra questi due hanno a che fare con l’oggetto del contendere più importante del 2022, il gas naturale.

Prima dell’attacco all’Ucraina iniziato il 24 febbraio 20220, la Russia era di gran lunga il primo fornitore europeo di gas naturale coprendo circa il 40% delle importazioni dell’Unione europea. Una quota diminuita dell’80%, secondo il think tank Bruegel che stima all’8% la quota russa nel mix energetico europeo del 2023. Ma la cui presenza continua a non essere eradicata, fermando l’espansione delle sanzioni su due settori: gas naturale liquefatto e reti di trasporto.

Il Gnl russo sta aumentando la sua quota di mercato in Europa rispetto all’anteguerra: dai 16 miliardi di metri cubi del 2021 si è saliti ai 22 miliardi importati dall’Ue. Spagna e Francia, meno connesse alla rete europea di gasdotti, non hanno cessato gli acquisti. Sul fronte delle reti di trasporto, al G7 di Hiroshima Joe Biden e gli Usa, messa da parte la strategia dell’embargo totale alla Russia, chiederanno all’Ue di chiudere unilateralmente i gasdotti attraverso cui passava la maggior parte dell’oro blu russo.

Ma Bruxelles non vuole cedere alle pressioni degli Usa e dei “falchi” come la Polonia per stoppare la rotta Yamal e Nord Stream, attraverso cui non fluisce più gas. Fonti diplomatiche sentite da Politico.eu a Bruxelles ricordano che “è molto improbabile che questo passerà”, perché Paesi come la Germania non vogliono arrivare a strappi definitivi.

Al tempo stesso, per quanto dovute dalla strategia avviata dopo il 24 febbraio 2022, le sanzioni difficilmente toccheranno altri nervi sensibili dell’economia russa. L’influenza di Paesi come l’Ungheria frenerà l’ampliamento delle sanzioni al nucleare di Rosatom, mentre dal nichel al titanio sono molti i materiali strategici su cui non è stata presa alcuna azione. Stesso discorso per il rame.

L’undicesimo pacchetto, insomma, nasce con poche prospettive di essere incisivo. Una svolta radicale potrebbe essere quella di portare le sanzioni a colpire gli attori terzi che permettono a Mosca di eluderle. E del resto nelle nuove discussioni a Bruxelles si parla di inserire un avvertimento a aziende e società di Paesi terzi affinché riducano il commercio triangolare con Mosca e colpire le aziende cinesi che già sono state indicate negli Usa come “amiche” della Russia in tale processo.

Josep Borrell, parlando con il Financial Times, ha parlato della necessità di colpire il petrolio russo raffinato in India e rientrante di seconda mano in Europa. Pechino, Nuova Delhi e altre tre nazioni, Turchia, Singapore e Emirati Arabi Uniti, stanno ottenendo enormi profitti dal commercio triangolare. Ma in questo caso promuovere sanzioni a così ampio raggio su attori tanto importanti imporrebbe di avere capacità di enforcement che l’Ue non ha e che potrebbero causare ricadute sui commerci globali di Bruxelles. La tentazione di far sì che le sanzioni portino l’Ue a “morire per Kiev”, insomma, è sempre meno allettante viste le diverse spinte e controspinte che sono esercitate su Bruxelles. E lasciano pensare che il potenziale sanzionatorio sia ormai giunto al limite.

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