Tutti gli scossoni nel mercato globale del petrolio

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Il crollo verticale dei prezzi del petrolio da settimane è problematica strategica, geopolitica ed economica per i Paesi produttori e le aziende del comparto, dalle multinazionali di Big Oil alla base della piramide delle imprese dell’indotto e dei servizi.

Plastica rappresentazione della crisi in corso è stata la seduta borsistica del 20 aprile, quando il greggio statunitense Wti ha visto la sua quotazione borsistica scendere in negativo per la prima volta nella storia. Sorte che, secondo molti analisti, presto potrebbe toccare al Brent. In seguito, nonostante una leggera ripresa, il mercato ha continuato a muoversi tra una generale depressione dei prezzi e shock altalenanti. Prima ancora delle incertezze sulla fine effettiva della guerra dei prezzi tra Russia e Arabia Saudita il settore è reso incerto dalle problematiche legate all’epidemia di coronavirus.

Eccesso di produzione, saturazione delle capacità di stoccaggio e depressione della domanda, specie da parte dei voraci importatori asiatici mettono a serio rischio la filiera globale del greggio. Il mese di aprile e quello di maggio rischiano di essere ricordati per il crollo storico della richiesta di greggio: il Wti è andato in negativo per l’incapacità fisica dei compratori di ricevere e stoccare il greggio texano e per la manovra dell’Us Oil Fund, uno dei maggiori attori protagonisti nel mercato del Wti, che ha avviato una scommessa ribassista aprendo posizioni di vendita per maggio che deprimono i prezzi in borsa.

Non a caso, sottolinea l’Ispi, “è stata proprio la chiusura dei contratti di maggio, che di solito avviene nell’ultima settimana di contrattazioni del mese precedente, a portare il panico tra gli operatori, atterriti all’idea di dover prendere fisicamente in carico del greggio impossibile da immagazzinare. Ora la vera domanda è se dobbiamo aspettarci di assistere a ondate di panico analoghe al termine di ogni mese di contrattazioni, o ad una stasi sostanziale degli scambi”. Il rischio è che sul lungo periodo l’instabilità metta le compagnie di fronte al rischio dell’insostenibilità dell’incertezza e porti l’intero settore al collasso.

Nella giornata odierna British Petroleum, sottolinea il Financial Times, ha annunciato una contrazione dei guadagni del 66% nel primo trimestre del 2020: e per tutti i colossi del petrolio, dalla Shell all’Eni passando per la Total, le trimestrali rappresenteranno un’analoga Via Crucis. Mentre il secondo porterà notizie ancora peggiori, impattando direttamente sulla riduzione massiccia dei ricavi delle major del settore.

In questo contesto perderebbero tutti: i colossi a controllo pubblico di Paesi come l’Arabia Saudita e la Russia subirebbero ridimensionamenti delle entrate destinati a impattare sui bilanci pubblici; Paesi come gli Stati Uniti vedrebbero collassare la bolla dello shale oil, e non a caso l’amministrazione Trump ha già varato piani inauditi di aiuto al settore; le compagnie private vedrebbero azzerati anni di profitti e guadagni borsistici; i Paesi consumatori, Europa in testa, dovrebbero affrontare il dilemma della gestione dei siti di stoccaggio, tendenti alla saturazione, e la gestione di una riconversione delle forniture difficile da programmare in una fase di così grande incertezza. Ancora più del coronavirus forse il vero cigno nero per l’economia mondiale potrebbe essere…l’oro nero. Risorsa simbolo dell’economia del Novecento e di cui l’economia odierna ancora non riesce a fare a meno. Strumento geopolitico e, in questo caso, vettore di un’instabilità di portata globale. Volenti o nolenti, gli Stati produttori e consumatori dovranno salvare il settore dal crollo per evitare danni a cascata sulle loro economie.