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Siamo alla vigilia di un nuovo boom economico, come ha sottolineato in diversi interventi il Ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta negli ultimi mesi? Oppure la ripresa italiana dal tonfo del 2020, che ha prodotto un calo del Pil di circa il 10%, è un “rimblazo annunciato” che non sana le prospettive future sul rilancio del sistema-Paese, come ha riportato l’economista liberale Mario Seminerio sul blog Phastidio? Ancora presto per dare risposte definitive. Ma certamente un dato appare chiaro guardando ai fondamentali dell’economia italiana: la ripresa si è attivata, e stando alle statistiche sul  Pil, la produzione, gli investimenti, l’export è superiore alle aspettative.

Rimbalzo strutturale o ripresa vera?

Le vedute di Seminerio e Brunetta, d’altronde, non sono necessariamente in contrapposizione e, anzi, rappresentano le due prospettive su cui si stanno posizionando oggi diversi economisti di scuola liberale aperti al nuovo vento keynesiano che soffia in tutta Europa. In sostanza la ripresa economica può essere scomposta in più componenti: una legata al fisiologico rilancio delle attività sottoposte a chiusura durante la fase pandemica, una all’effetto-moltiplicatore della fiducia sui consumi dei cittadini ed una strutturalmente connessa alle dinamiche di investimento pubbliche e private, che nel Paese si dovranno leggere principalmente alla luce degli effetti che sortirà il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Analisi come quella di Seminerio puntano l’accento sul fatto che oggigiorno a loro avviso prevale la prima parte, le prospettive che Brunetta e organi come l’Ufficio parlamentare di bilancio enfatizzano guardano invece allo sviluppo del secondo e del terzo indicatore.

In particolare, l’Upb prevede una ripresa piena dalla crisi del Covid entro il 2022, un +5,8% del Pil nell’anno in corso e un +4,2% per il prossimo, un aumento del 10% delle esportazioni, un +14,7% degli investimenti. L’analisi di Seminerio sottolinea, in relazione invece agli utlimi dati Istat, che rispetto alla crescita del Pil rispetto al secondo trimestre del 2020 (+17,3%) sul fronte dei dati è preferibile concentrarsi sulla crescita di consumi e investimenti privati: “Del +2,7% del trimestre, ben 2,6% proviene dai consumi delle famiglie, mentre quelli della pubblica amministrazione sottraggono lo 0,2%. Gli investimenti fissi lordi aggiungono lo 0,5% e l’export netto lo 0,3%” al dato.

I dati estivi: torna la fiducia

Insomma, il rimbalzo fisiologico si nota. Per quanto riguarda il resto, possiamo affermare con cauto ottimismo che non si può parlare di una mera ripresa congiunturale. Nelle scorse settimane indicavamo come settori “termometro” per dimostrare l’impatto della fiducia sulla crescita economica e occupazionale l’andamento estivo di tre settori che la pandemia ha travolto: turismo, ristorazione, trasporti. Sul primo fronte, tra giugno e agosto il sistema ricettivo italiano, secondo i dati di Assoturismo ha registrato l’arrivo di oltre 33 milioni di turisti per 140 milioni di pernottamenti, in crescita del 21% sul 2020. Parliamo di un dato inferiore di un terzo rispetto ai record del 2019 e in cui soprattutto i pernottamenti di stranieri (35 milioni di notti contro le 100 del 2019) sono ancora ben al di là dal conoscere un pieno recupero, ma che in una fase di allarme non ancora rientrato fa ben sperare. Nel complesso il fatturato stimato del periodo sarà di 12,8 miliardi di euro, di cui il 74% generato dai turisti italiani e il 26% dalla domanda straniera, e l’indubbio effetto motliplicatore di un risultato superiore alle aspettative non potrà non riversarsi direttamente sui dati riguardanti ristorazione e trasporti, settori fortemente legati al turismo, per il terzo trimestre.

Nei suoi studi, in particolare, Cna Turismo & Commercio, in studi elaborati in un report Coldiretti, parla di 20 miliardi di euro di valore per il giro d’affari estivo della ristorazione, trainato soprattutto dal fatto che nell’estate in corso la spesa alimentare delle famiglie sia stata coperta per un terzo dalle consumazioni fuori dalle mura domestiche e che questo sia stato incentivato dall’aumento del numero di italiani che hanno scelto di mantenere le loro vacanze nel Belpaese: 23 milioni, un numero superiore addirittura ai livelli pre-Covid (erano 18 nel 2019).

Il Paese ha indubbiamente più fiducia, e questo è testimoniato dalla temporanea riduzione della propensione al risparmio delle famiglie nei mesi estivi. Il Financial Times e il New York Times hanno sottolineato il ruolo giocato dal cambio di governo e dall’avvicendamento tra Giuseppe Conte e Mario Draghi nell’emersione graduale dela percezione di un cambio di passo sulla gestione dell’economia e delle sfide per il futuro dopo la Spoon River dell’era giallorossa.  “In Italia, la fiducia è l’ingrediente principale di ogni grande progetto, e in questo momento, dallo sport all’economia, dalla vita sociale alla cultura, sembra davvero che il Paese ci creda – ha sottolineato a Repubblica il presidente di Legacoop, Mauro Lusetti – e abbia voglia di guardare lontano, dopo questa incredibile e brutta esperienza”. Il recente Forum Ambrosetti ha sancito nelle sue rilevazioni il massimo valore storico dell’indice sulla fiducia delle imprese da quando, marzo 2014, sono iniziate le rilevazioni, con un valore che è cresciuto più del doppio della valutazione di soli tre mesi fa (a 70,6 da 30,2 di giugno). Questa iniezione di fiducia dovrà resistere alle sfide che decideranno l’entità della ripresa italiana nei mesi a venire.

Politiche industriali e sfide globali

Il vero volano di una ripresa sostenuta, nei mesi a venire, non potrà non essere l’industria. La manifattura italiana corre, nel terzo trimestre ci si aspetta il riassorbimento della produzione pre-Covid dopo che nel secondo trimestre del 2021 è rimasta sotto solo dello 0,8% rispetto all’ultimo trimestre del 2019, mentre quella tedesca era messa ben peggio, sotto del 5%, e quella della Francia del 4,3%. Gli investimenti che stanno venendo messi in campo da colossi come Enel e Terna nel campo energetico, Stellantis nel settore dell’auto elettrica, Ferrovie dello Stato in ambito ingegneristico e infrastrutturale si preannunciano abilitatori di occupazione, crescita, indotto. In generale, in questa fase tutte le partecipate pubbliche investono avendo in Cassa Depositi e Prestiti un “polmone” sicuro per finanziamenti, mentre tra le banche, da Intesa a Unicredit, e le agenzie (Sace in testa) si va rafforzando il circolo virtuoso del credito all’impresa e all’export. Ma vanno doppiati diversi ostacoli.

Il primo è quello delle pressioni inflazionistiche legate alla corsa dei prezzi dei materiali da costruzione e da industria in corso da diverse settimane. Un progetto di chiara impostazione keynesiana come il Superbonus, ad esempio, può scontrarsi nel medio periodo con i rincari di acciaio, calcestruzzo, pvc, carburanti che possono impantanare diversi progetti e questo impone al governo di progettare una strategia di incentivo al rafforzamento delle scorte. La crescita del costo della vita può sottrarre spazio allo sbocco sul mercato dei beni di consumo industriali. La presisone sulle catene del valore globale dare crucci all’export.

Il secondo è invece quello della crisi globale di disponibilità di materie strategiche come i semiconduttori che, anche in vista Pnrr, impongono al governo di capire con maggiore approfondimento quali siano le filiere critiche in cui l’Italia deve essere protagonista con un aggancio alle catene del valore internazionali.

Ultima problematica, infine, è quella delle crisi industriali su cui il Ministero dello Sviluppo Economico di Giancarlo Giorgetti è al lavoro. Ex Ilva, Whirpool, Alitalia, Gsk e altri tavoli caldi, per non citare il dossier Mps, sono tuttora in larga parte sfide irrisolte e rappresenteranno il banco di prova per il consolidamento della fiducia degli attori economici verso il decisore pubblico. Ora più che mai chiamato a un coerente e organico disegno di politica industriale. In grado di ricalcare il piano originale fatto di spesa infrastrutturale, sostegno ai redditi e promozione dell’export che costruì le fondamenta del primo boom economico nel secondo dopoguerra e di dare all’Italia un futuro che la veda ancora tra le grandi economie del pianeta.

 

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