Angela Merkel Emmanuel Macron un primo risultato, molto probabilmente voluto, lo hanno già ottenuto avviando il percorso verso la definizione del Recovery Fund proponendo un fondo di 500 miliardi di euro da agganciare al prossimo bilancio europeo: animare il dibattito in un’Unione europea e in una Commissione von der Leyen che sembravano essersi incagliate nelle ultime settimane.

Visioni divergenti

Dai primi bersagli delle proposte di compromesso franco-tedesche, i falchi del rigore, fino alle alte sfere di Bruxelles il dibattito europeo si è animato con controproposte, minacce di veto, bluff e trattative. In primo luogo, il quintetto dell’austerità a tutti i costi – formato dall’Austria di Sebastian Kurz e dai quattro falchi “anseatici” (Olanda, Svezia, Danimarca e Finlandia) – ha proposto che i miliardi vengano erogati unicamente sotto forma di prestiti agli Stati non garantiti in maniera comune. Ha fatto notare La Stampa: “La questione delle condizionalità è cruciale per i quattro nordici, che vogliono distribuire i soldi attraverso prestiti e non con sovvenzioni a fondo perduto. All’Ecofin di ieri i ministri di Austria e Danimarca sono stati molto netti. Il gruppo dei frugali resta contrario anche al fatto che la Commissione raccolga fondi sui mercati per finanziare la ripresa a debito”.

Sul fronte della Commissione, Bruxelles ha chiarito per bocca del vicepresidente Valdis Dombrovskis che nel piano ufficiale della Commissione, destinato a esser presentato il prossimo 27 maggio, ci sarà “un mix di sovvenzioni e prestiti”. La base negoziale sulle modalità di erogazione dei fondi sembra essere la mediazione tra la proposta franco-tedesca, le critiche dei falchi e lo spazio di autonomia del team di commissari guidati da Dombrovskis. Uomo noto sia per la sua dura fermezza sul tema dell’austerità sia per una discreta dose di cinismo politico, che lo porta a comprendere l’importanza del momento: fare gli ultrà del rigore senza la sponda della Germania, che si smarca e gioca autonomamente, sarebbe una mossa azzardata.

Sono dunque rapidamente invecchiate le parole del premier italiano Giuseppe Conte, che parlava di aver incassato con certezza “500 miliardi a fondo perduto” dalla proposta franco-tedesca. Conte ha detto che la proposta è un “punto di partenza” per andare nella direzione auspicata dall’Italia, ma da Roma in tutta la fase della crisi economica non è arrivata né una sola indicazione di quale dovrebbe essere il percorso da compiere né alcuna proposta concreta in funzione anti-crisi. Conte ha sottoscritto una proposta di terzi, come del resto già fatto sulla terna Mes-Bei-Sure.

27 maggio, la data chiave

La data da cerchiare in rosso è quella del 27 maggio. Entro quel giorno la Commissione dovrà formalizzare le sue proposte per il Recovery Fund tenendo conto di tutte le aspettative. Paolo Gentiloni, nostro rappresentante agli Affari Economici, rilancia, come prosegue La Stampa: “Gentiloni promette un fondo da mille miliardi, metà a fondo perduto, metà sotto forma di prestiti”.

Ma l’Italia, presa in contropiede dal duo Merkel-Macron, appare ridimensionata nel suo potere contrattuale e rischia di arrivare con poche armi politiche alla definizione della proposta ufficiale di Bruxelles, che potrebbe riciclare lo “Strumento di bilancio per la convergenza e la competitività” (Bicc), il fondo comune per i soli Paesi dell’area euro.

In questo caso, spiega il quotidiano torinese, i finanziamenti arriverebbero direttamente ai Paesi sulla base dei progetti indicati come ottimali: “In sostanza ogni governo dovrà proporre progetti da finanziare, ‘collegati ai piani nazionali di riforma’, che verranno valutati dalla Commissione sulla base delle raccomandazioni del Semestre europeo”. E qui l’Italia rischia grosso: la lentezza dei processi interni, la carenza di visione strategica nell’esecutivo e molte incertezze rende difficile pensare che il Paese possa costruire un set di proposte valide e concordi da presentare in maniera graduale all’Unione. Più funzionale sarebbe valutare sapendo la dimensione più o meno approssimativa della fetta di torta e delle risorse del bilancio comune che competeranno all’Italia. Il Bicc è funzionale a sistemi-Paese come quello francese, abituato a pensare in maniera strategica, o tedesco, di taglia economica superiore all’Italia. Che potrebbero eventualmente drenare una maggior quantitativo di risorse dal piano di aiuti. In Europa paga chi non sa fare politica: e Roma rischia di venir tagliata fuori nuovamente dopo aver scelto di pedalare nelle retrovie.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME