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Il mondo e l’Europa hanno, in questo frangente decisivo per la ripresa economica post-pandemica, fame di acciaio. Senza acciaio non c’è industria, non ci sono possibilità di rilancio per il settore delle costruzioni, rischiano di fermarsi gli ambiziosi piani di ripresa economica strutturati dai Paesi più avanzati. Piani che riscoprendo la lezione di John Maynard Keynes fanno riferimento principalmente a grandi e strutturati piani di investimento in deficit che coinvolgeranno progetti infrastrutturali di ampia portata. E che ora più che mai dipendono dalla disponibilità di materia prima.

C’è però un problema: l’acciaio è sempre più richiesto, sempre più costoso, sempre più a rischio di una riduzione delle disponibilità per i mercati. Il collo di bottiglia non si è ancora manifestato, ma le tensioni in Europa non sono poche. Come dimostrato dalle fibrillazioni sul Superbonus italiano e dall’emersione dei primi dubbi sulla possibilità di una piena e sostenuta ripresa dell’economia europea, il mercato dell’acciaio sarà sempre più strategico e la corsa dei prezzi, con i futures a Shanghai (piazza che quota il mercato cinese, primo al mondo) saliti del 50% nel 2021, lo testimonia.

Refinitv e Eurostat segnalano che il 40% dei produttori manifatturieri Ue lamenta una carenza di materiali da costruzione, e che l’acciaio è al primo posto in questa lista. Giovanni Arvedi, presidente dell’omonimo gruppo cremonese, ha dichiarato al Financial Times di essere stato preoccupato a inizio anno dalla fiammata dei prezzi, ma di aver in seguito nutrito fiducia sulla ripresa a pieno ritmo del lavoro degli altoforni

Il problema di fondo è che sull’acciaio manca una strategia Ue. I prezzi di altre materie prime (cemento, Pvc, gomma e via dicendo) possono essere legati a dinamiche di domanda e offerta e alla carenza di scorte di fronte a un picco di richieste del mercato. Sull’acciaio l’Europa rischia di essere vittima di un danno autoinferto, rimanendo ancora attivi nel contesto interno al mercato unico i dazi introdotti negli scorsi anni. Un quantitativo non secondario di acciaio è bloccato nei porti per vincoli normativi stabiliti dall’Unione Europea, come sottolinea l’Huffington Post citando il caso italiano e sottolineando che, secondo fonti di mercato, “circa mezzo milione di tonnellate di acciaio è fermo nei porti di Ravenna e Marghera. Se vuole sbloccarlo, chi lo ha acquistato dovrà pagare un dazio del 25% da aggiungere ad un prezzo del materiale già arrivato oltre i livelli di guardia, come tante altre materie prime”.

Negli scorsi mesi i nuovi dazi all’export di acciaio imposti da Paesi come Russia e Cina avevano contribuito ad aumentare su scala globale le tensioni e i prezzi nel mercato di questa strategica materia prima. Ora il mantenimento dei dazi che l’Ue ha posto in azione durante il periodo del braccio di ferro commerciale con gli Usa di Donald Trump aggiungono barriere all’entrata che, in un contesto di sottoproduzione ancora non risolto, alimentano la pressione inflativa sui prezzi. Destinata a ripercuotersi sui consumatori finali, le imprese manifatturiere, e a creare un ulteriore fardello sui mercati di sbocco. A ciò l’Ue aggiunge le cosiddette “quote di salvaguardia, ovvero dei limiti trimestrali all’import variabili a seconda dei Paesi di importazione introdotti per tutelare gli interessi delle aziende europee”. La guerra commerciale non è finita con il Covid-19 in quanto i suoi strascichi si trascinano fino ad oggi e possono rallentare il rilancio delle economie.

Non dimentichiamo che durante la Grande Depressione iniziata nel 1929 uno dei fattori che maggiormente contribuì a diffondere a macchia d’olio il panico nei mercati dopo la prima fase di “rimbalzo” fu la competizione tariffaria inaugurata dallo Smoot–Hawley Tariff Act americano del 1930, che depresse del 67% il commercio degli Stati Uniti. Oggigiorno viviamo una situazione complessa fatta di una compresenza tra misure economiche espansive e politiche tariffarie depressive che acuisce la complessità del mercato colpito dal Covid. Per Paesi come l’Italia la soluzione può passare solo ed esclusivamente attraverso l’impostazione di una strategia nazionale di politica industriale, per la difesa di presidi produttivi come l’Ilva nel quadro di un piano di lungo periodo e per la riduzione dell’esposizione alle importazioni. Un programma complesso, che di fronte alle misure imposte dalle “tasse” indirette e dalle barriere all’entrata che l’Ue tiene in essere è però ora più che mai essenziale attuare. Nella speranza che la fame di acciaio dell’industria non si trasformi in una carestia per il predominare della domanda sull’offerta.

 

 

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