diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY

Da giovedì scorso negozi chiusi anche in Turchia per aiutare a fermare la diffusione del coronavirus: Ankara, nel frattempo, consiglia ai propri cittadini di rimanere a casa, chiude i caffè, vieta le preghiere di massa e ferma i voli da 20 paesi. Chiudono non solo piccoli negozi ma anche catene, compresi i grandi marchi. Se la diffusione del contagio raggiunge quota 400 persone circa, il bilancio delle vittime resta per il momento basso con 4 decessi. Ma oltre alla diffusione del Covid-19, ciò che preoccupa il governo turco è la possibilità di veder sfumati gli obiettivi di crescita del 2020, figli dei trend positivi della fine del 2019.

Le rassicurazioni che non convincono

“La crescita economica della Turchia supererà le aspettative nel primo trimestre con un leggero rallentamento a marzo a causa dello scoppio del coronavirus”, ha affermato giovedì scorso il ministro delle finanze del paese. “La Turchia dà la priorità alle misure per mantenere una solida economia in linea con gli obiettivi del 2020”, ha tuonato Berat Albayrak, in una trasmissione in diretta dell’Agenzia Anadolu a Istanbul, scartando le previsioni ribassiste del mercato; il ministro ha dichiarato inoltre: “Non mi aspetto che l’economia turca debba affrontare rischi per ora”.

Il ministro delle Finanze ha inoltre escluso un possibile coprifuoco nel paese come misura preventiva contro la pandemia, fornendo dettagli su un pacchetto di aiuti per l’emergenza coronavirus da 100 miliardi di lire turche (circa 15 miliardi di dollari).

I primi effetti della pandemia

L’ottimismo del ministro sembra stridere con l’evidenza dei fatti. Ne è una prova il rinnovato e celere pragmatismo del presidente Tayyip Erdogan, già alle prese con misure di emergenza a sostegno dell’economia. Fonti governative avrebbero dichiarato ai microfoni della Reuters che sarebbero già allo studio tagli sulle aspettative per la crescita economica, rinunciando al 5% previsto. Un calo della disoccupazione a meno del 9% entro la fine dell’anno è ora visto come improbabile, mentre si prevede che la spesa pubblica sarà il motore più grande del sistema turco. La Turchia – che si era appena ripresa da una recessione – sta proseguendo nell’inasprimento dei provvedimenti per frenare la diffusione del coronavirus.

Gli effetti a livello mondiale della malattia, comprese le quarantene di massa e le restrizioni sui viaggi, hanno sollevato le prospettive di una grave frenata globale che colpirà presumibilmente i settori del turismo e delle esportazioni. A tal proposito, Erdogan ha affermato che la tassa di soggiorno in Turchia è stata sospesa fino a novembre per sostenere il settore turistico, che rappresenta circa il 12% dell’economia.

Il capo della United Brands Association turca, che rappresenta 384 marchi e 70.000 negozi nazionali, ha dichiarato che le vendite dei negozi sono diminuite del 70% solo nella scorsa settimana a causa del virus e le aziende non sono in grado di compensare le perdite, tanto meno attraverso l’insufficiente infrastruttura di vendita online. Grandi aziende, incluse le società quotate Mavi Giyim e Vakko Tekstil, storiche aziende turche, hanno dichiarato di chiudere i negozi al dettaglio in Turchia e all’estero. Le azioni Mavi sono diminuite del 4,7% e Vakko è scesa del 3,5%. In assenza di ulteriori misure restrittive, anche l’associazione che riunisce i centri commerciali turchi (in tutto il territorio nazionale sono più di 400) ha raccomandato la chiusura dei punti vendita, pur rassicurando i propri lavoratori.

Ciliegina sull’infausta torta, giovedì la lira è risultata più debole dello 0,9% rispetto al dollaro, toccando il livello più basso dalla famigerata crisi valutaria del settembre 2018.

I dati del 2019

Stando ai dati del dicembre 2019, l’economia turca è cresciuta dello 0,9% su base annua nel terzo trimestre dello scorso anno, interrompendo tre trimestri consecutivi di contrazione mentre si risollevava da una recessione seguita alla crisi valutaria sopracitata.

Il governo aveva previsto una crescita del 5% nel 2020, e proprio il ministro delle Finanze aveva annunciato trionfalmente sui suoi profili social che gli indicatori anticipatori per il quarto trimestre 2019 avevano mostrato che lo slancio di crescita era destinato a durare. Un incauto ottimismo che aveva fatto storcere il naso a più di qualche economista puro che accusava ancora la fragilità della fiducia tra le famiglie e le imprese come principale ostacolo a questa crescita.

La crescita del terzo trimestre 2019 era stata trainata dal settore agricolo e da quello industriale. Anche il prodotto interno lordo si era lievemente espanso ma, soprattutto, destagionalizzato. Altro traino di questa economia in ascesa erano stati i consumi privati, trimestre su trimestre. L’indice di fiducia economica e i suoi componenti suggerivano, dunque, una ripresa generalizzata dell’attività economica nel quarto trimestre 2019, vero propulsore di questa ondata di ottimismo che aveva prodotto cotante aspettative e così severi obiettivi per il 2020.

Poi, è arrivata la pandemia, anche qui, nel crocevia tra Europa e Asia, e le rosee aspettative per il futuro sono momentaneamente andate in fumo.