diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY

Venti di golpe soffiano sulla Tunisia, il Paese culla della primavera araba del 2011 oggi al centro di una profonda crisi economica, politica e sociale che potrebbe avere conseguenze anche in Italia. Indiscrezioni stampa accusano il presidente della Repubblica, Kais Saied, un rigido professore di diritto prestato alla politica, di voler attuare un “golpe morbido” applicando l’articolo 80 della Costituzione, che consente al capo dello Stato di assumere il potere in caso di “pericolo imminente che minacci le istituzioni della nazione, la sicurezza o l’indipendenza del Paese, e che ostacoli il normale funzionamento dello Stato”.

Intrigo di palazzo a Cartagine

Un leak del “Middle East Eye”, portale web edito a Londra e considerato vicino alla Fratellanza musulmana, ha reso pubblici dei documenti classificati come top secret sull’intrigo di palazzo tunisino. Le cinque pagine scritte in arabo – indirizzate alla capo di gabinetto di Saied, Nadia Akacha, il 13 maggio – delineano un presunto piano per convocare una riunione urgente del Consiglio di sicurezza nazionale al palazzo di Cartagine, sede dell’amministrazione presidenziale, con il pretesto della pandemia di Covid-19, della situazione di sicurezza e dello stato delle finanze pubbliche del Paese. La riunione sarebbe in realtà un trucco per arrestare il primo ministro, Hichem Mechichi, e il presidente del Parlamento e leader del partito islamico Ennahda, Rached Ghannouchi.

Il piano golpista prevede la nomina un generale, Khaled al Yahyawi, come ministro dell’Interno facente funzione e il dispiegamento di soldati “all’ingresso delle città, delle istituzioni e delle strutture vitali”. Contemporaneamente, diverse personalità chiave del Paese – politici, imprenditori, magistrati – verrebbero posti agli arresti domiciliari. Per rendere il colpo di Stato più “popolare”, secondo la fuga di notizie, i pagamenti relativi a elettricità, acqua, telefono, internet, prestiti bancari e tasse verrebbero sospesi per 30 giorni e il prezzo dei beni di prima necessità e del carburante verrebbe tagliato del 20 percento. L’idea, in sostanza, è di instaurare una sorta di dittatura costituzionale per sbloccare uno stallo che dura da gennaio.

Una mezza smentita

Il presidente Saeid ha subito respinto le indiscrezioni che ha definito “vergognose”. In una dichiarazione video diffusa dopo un incontro con il premier (e ministro dell’Interno “ad interim”) Mechichi, nella prima riunione da mesi tra i due ex alleati ora rivali, il capo dello Stato non ha però fugato tutti i dubbi. “Non è un golpe contro il Costituzione, ma contro la legittimità. Come si può parlare di golpe costituzionale se verrebbe applicato l’articolo 80 in stato di emergenza?”, si è chiesto Saied, lasciando intendere di poter effettivamente attuare una regola così estrema che, del resto, la stessa Carta fondamentale tunisina prevede in caso di necessità. Una posizione, quest’ultima, confermata anche dal consigliere diplomatico del presidente, Walid Hajjam: “Se questo articolo rappresentasse la soluzione alla crisi, il presidente non esiterebbe ad applicarlo”. Parole che suonano come una minaccia neanche troppo velata: o la crisi si risolve con le buone, oppure Cartagine lo farà con le cattive.

La guerra delle presidenze

La crisi politica tunisina è dovuta alla “guerra delle tre presidenze”. Saied si rifiuta di accettare un rimpasto di governo attuato da Mechichi con l’avallo di Rachid Ghannouci, leader del movimento islamico Ennahda (vicino ai Fratelli musulmani) e presidente del Parlamento. In pratica, l’uomo scelto dal palazzo di Cartagine (che ospita la presidenza della Repubblica) per guidare la Kasbah (dove ha sede il governo) ha scelto di allearsi con il Bardo (dove si trova l’Assemblea dei rappresentanti del popolo, il parlamento monocamerale) per far fuori gli uomini del presidente all’interno dell’esecutivo. Ma Saied si è messo di traverso, rifiutandosi di convocare la cerimonia di giuramento dei nuovi ministri, accusando quattro di loro di conflitto di interesse. Ma può farlo davvero? Nessuno lo sa: la Corte costituzionale, l’unico organismo super partes sulla questione, non è mai stata completata. Intanto, l’azione di governo è paralizzata e le principali istituzioni e compagnie statali cominciano a risentirne, mentre la disoccupazione è schizzata al 17,8 per cento nel primo trimestre 2021.

Perché interessa l’Italia?

Perché gli intrighi di palazzo e la lotta per il potere in Tunisia dovrebbe riguardare l’Italia? Come spiegato da Agenzia Nova, “l’instabilità della Tunisia rappresenta, a ben vedere, una questione di sicurezza nazionale per l’Italia sia per quanto riguarda il suo fabbisogno energetico, sia per la ben nota questione dei flussi migratori illegali”. Secondo i dati della compagnia petrolifera algerina Sonatrach aggiornati al primo trimestre 2021, infatti, l’Italia ha importato dall’Algeria circa il 35 per cento del suo gas naturale dall’estero (+109 per cento anno su anno) nel periodo gennaio-marzo. Che c’entra l’Algeria con la Tunisia? Semplice. Il gas algerino arriva in Italia tramite il Transmed, la conduttura che porta il nome di Enrico Mattei, fondatore dell’Eni, proprio attraverso il territorio tunisino. In questo scenario, sottolinea Nova, “potrebbe tornare utile rispolverare il progetto Galsi (Gasdotto Algeria Sardegna Italia)”, in modo da garantire all’Italia un’altra linea di approvvigionamento.

Secondo la rivista Leaders, il premier tunisino Mechichi sarà in visita in Italia ai primi di luglio per una missione “molto attesa per proseguire il confronto sul tema delle migrazioni illegali, ma anche e soprattutto per rafforzare gli aiuti pubblici italiani alla Tunisia e, più in generale, la cooperazione bilaterale”. L’auspicio è che la Tunisia possa riprendersi a breve. Nessuno vuole che il bel tempo porti dal Nord Africa una nuova ondata di ragazzi senza lavoro (la disoccupazione tunisina si avvicina speditamente alla soglia del 20 per cento) in fuga dall’unica democrazia sopravvissuta dallo scoppio delle primavere arabe del 2011.