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Lo spettro di una recessione aleggia sugli Stati Uniti? Affermarlo appare come una presa di posizione azzardata visto che l’economia degli States ha presentato dati interessanti. Nel solo secondo trimestre 2024, la crescita del Pil è stata del 2,8% e tra investimenti stimolati dall’Inflation Reduction Act (Ira) e dal Chips Act l’amministrazione di Joe Biden ha stimolato una nuova primavera industriale per gli Usa. Ma non è tutto oro quel che luccica. Nelle pieghe della robusta ripresa americana si manifestano almeno tre potenziali sintomi febbrili

Il primo dato è rappresentato dal rallentamento del mercato del lavoro, che a luglio ha visto l’economia americana creare un numero di posti aggiuntivi decisamente inferiore al dato di giugno e alle aspettative per il mese passato. A giugno le unità create erano state 175mila, si aspettava un +180mila per luglio ma l’obiettivo è stato largamente fallito: +115mila. Per gli esperti, spesso, il rallentamento brusco del mercato del lavoro americano è un primo campanello d’allarme sull’atteggiamento che le imprese prendono in materia di maggiori cautele sugli investimenti o di crescenti percezioni di insicurezza economica.

C’è poi il secondo fronte, quello del tasso di sconto della Federal Reserve, che sta procrastinando l’apertura della stagione dei tagli, tanto che l’argomento è entrato nella campagna elettorale: tutti sono concordi che il tasso di sconto della Fed sia, oggigiorno, troppo alto e non funzionale a contenere un’inflazione non più ascrivibile al boom di domanda. La Fed a luglio ha mantenuto il tasso di sconto al livello compreso tra il 5,25 e il 5,50% in vigore dal 26 luglio 2023, confermando la continuità con un processo che vede il costo del denaro al massimo da 23 anni. In quest’ottica, sia la Banca centrale europea sia la Bank of England hanno anticipato Jackson Hole nel promuovere tagli al costo del denaro. E questo potrebbe creare, da un lato, freni alla domanda e, dall’altro, cortocircuiti politici: Donald Trump ha criticato il governatore Jerome Powell per il fatto che un taglio autunnale sembrerebbe un regalo di campagna elettorale all’avversaria Kamala Harris.

Infine, il terzo punto è quello dell’immanenza del rischio di bolle finanziarie che potrebbero creare effetti distorsivi nell’economia in caso di scoppio. Su questo fronte, l’attenzione è tutta su un settore, quello dell’intelligenza artificiale. Tej Parikh, commentatore economico di punta del Financial Times specializzato sugli Usa, ha scritto che “la concentrazione dell’indice S&P 500, con i magnifici sette titoli tecnologici (Apple, Alphabet, Amazon, Microsoft, Nvidia, Meta e Tesla) che costituiscono oltre il 30% del suo valore, lo rende vulnerabile a una correzione nella narrativa rialzista dell’intelligenza artificiale“. Per Parikh il combinato disposto tra un taglio dei tassi e un immotivato aumento di investimenti speculativi in borsa per il costo del denaro ridotto potrebbe paradossalmente creare un cortocircuito all’economia americana.

E non è un caso che sull’Ia sia arrivato anche l’affondo di alcuni investitori solitamente molto attenti a cavalcare le opportunità. Clamorosa, in tal senso, la bocciatura del fondo Elliott sul settore dell’Ia. L’hedge fund d’assalto fondato da Paul Singer, noto in Italia come ex proprietario del Milan, ha comunicato agli investitori che il rischio bolla nell’Ia è notevole e dopo la fase di crisi di Intel nel settore dei chip ha puntato il dito anche sul fatto che Nvidia, regina del mercato dei chip per l’Ia, possa avere una quotazione sopravvalutata.

L’effetto psicologico di questo clima più cupo dopo anni di corsa dell’economia può contribuire a generare un circolo vizioso tra riflusso borsistico, freno agli investimenti e calo dei consumi privati che, rappresentando i due terzi dell’economia Usa, sono il vero volano della crescita nazionale. Quando Amazon, ad esempio, comunicando i dati sul suo Prime Day di luglio, ha presentato con soddisfazione i risultati, con 14,2 miliardi di dollari di incasso, l’opinione dei commentatori economici Usa è stata orientata a un appello alla prudenza sul futuro dei consumi.

Il tema sarà anche politico. “Durante la campagna elettorale, la solidità dell’economia statunitense è diventata una questione chiave”, nota il Guardian. “Con molti che ancora risentono del peso di anni di alta inflazione, la maggioranza degli americani crede erroneamente che gli Stati Uniti siano in recessione , secondo un sondaggio Harris per il Guardian di inizio anno”. Spesso la recessione nasce nella mente delle popolazioni come atteggiamento cautelativo di fronte a preoccupazioni concrete, che siano l’ancora persistente inflazione, il caro-benzina o il freno del mercato del lavoro, che nel loro complesso non toccano l’interezza della società americana. Ma i mercati, si sa, non sono perfettamente razionali. E anche questo deve esser tenuto in considerazione guardando al futuro degli States da qua a novembre.

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