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Tanta economia e un pizzico di diritti e identitarismo: negli Stati americani che decideranno le elezioni presidenziali americane tra Donald Trump e Kamala Harris la particolarità della situazione politica invita a concentrarsi su pochi, decisivi dossier come potenzialmente decisivi.

Casi come il posizionamento americano sulla guerra in Ucraina e il futuro della risposta all’invasione russa o la (non) strategia su Gaza tengono banco, comprensibilmente, nel dibattito globale. Ma come spesso successo in passato, e i voti del 2016 e del 2020 ce lo confermano, saranno fenomeni squisitamente interni a fare la differenza. E lo faranno in quelle regioni che già nella vittoria di Trump contro Hillary Clinton nel 2016 e nella riscossa del Partito Democratico con Joe Biden contro The Donald nel 2020 sono state decisive.

Togliendo al computo il Minnesota (saldamente dem con la candidatura alla vicepresidenza di Tim Walz) e l’Ohio (blindato come Stato repubblicano dalla discesa in campo di JD Vance al fianco di Trump), gli Stati in bilico restano sei: Pennsylvania, Michigan e Wisconsin nella regione dei Grandi Laghi; Arizona nel West; Georgia e Nord Carolina nel Sud degli Usa.

I sondaggi danno pienamente contendibili gli 82 grandi elettori in questi sei Stati decisivi. Trump li ha vinti tutti, tranne l’Arizona, nel 2016; Biden ha fatto bottino pieno, Nord Carolina escluso, nel 2020. Oggi la battaglia è aperta ovunque. E si entrerà nel nodo decisivo della questione: la ricerca della chiave per la vittoria in contesti in cui è la domanda di futuro a fare la differenza. E futuro, oggigiorno, fa rima con sviluppo. Dunque con politiche economiche, industria, finanza.

E Trump e Harris parlano due lingue diverse su molti punti. Per conquistare gli elettori dell’America profonda Trump mira a un mix di politiche fiscali liberiste e investimenti mirati. Propone di estendere i tagli fiscali che hanno decapitato di 3mila miliardi di dollari, dal 2017 a oggi, le tasse pagate dagli americani, concentrando gli effetti soprattutto sui redditi superiori, come stimolo all’economia; promette dazi e attacchi mirati ai prodotti di Paesi come la Cina per rilanciare l’industria interna nell’area dei Grandi Laghi dell’ex Rust Belt; specie quella tradizionale e pesante, e spinge sul rilancio delle fonti fossili come il petrolio. In Georgia ha proposto un piano di agevolazioni fiscali per chi si disaccoppia dalla Cina nella produzione e assume lavoratori americani.

Harris, che è testa a testa con The Donald, prosegue invece, nella sua proposta, le politiche dell’amministrazione di Joe Biden di cui è vicepresidente. L’Inflation Reduction Act e il Chips Act hanno messo a terra centinaia di miliardi di dollari di investimenti in energia pulita, filiere green, semiconduttori.

La scommessa di Biden è stata chiara: la nostalgia della Rust Belt ex produttrice di auto, delle fabbriche grigie da cui uscivano le auto della Ford e della Chevrolet deve lasciare il passo a un nuovo rinascimento industriale trainato dalla sostenibilità e dalla ricerca di piani per rompere le dipendenze americane dall’estero. Un rinascimento che può avere come luogo di riferimento l’area del declino dell’industria di ieri.

Aree dell’America lontana dalle coste, popolate da colletti blu impoveriti e da minoranze, decideranno con il loro voto il prossimo inquilino della Casa Bianca. Trump vuole riconquistare quel “Muro Blu” sfondato dal 2016 e ripreso da Biden quattro anni dopo. Harris puntare sulla continuità col presidente uscente e sperare nell’assist delle questioni di contorno: l’immigrazione, ad esempio, viste le sparate repubblicane su casi come quello di Springfield, o l’aborto. Ma sono scenari che possono condizionare sacche di elettori non risolutive. Il vecchio motto di Bill Clinton, “It’s the Economy, Stupid!” vale oggi più che mai.

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