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Tre indizi fanno una prova: nonostante gli Stati Uniti siano in all-in nella loro sfida a ogni possibile volontà autonomista dei Brics, non intendono aggravare la già tesa relazione con il Paese più potente del forum delle economie dominanti del mondo extra-occidentale, la Cina. La guerra commerciale senza regole di aprile e maggio ha lasciato diverse cicatrici sugli Usa, colpiti nell’export di terre rare e dal rischio di un boom inflattivo interno, e il presidente Donald Trump ora cerca un modus vivendi con il governo di Xi Jinping.

I tre indizi sono giunti nelle ultime settimane: dapprima, lo stop dell’amministrazione Trump all’atterraggio del presidente taiwanese William Lai sul suolo americano a fine luglio nel contesto di un viaggio che avrebbe dovuto portarlo tra Guatemala e Paraguay. In secondo luogo, l’accelerazione dei colloqui bilaterali Usa-Cina per estendere la tregua commerciale di 90 giorni su dazi e controlli all’export in scadenza questo mese, che mostra un atteggiamento ben più dialogante di quello promosso da The Donald contro partner degli Usa come l’India, i Paesi Asean o la Svizzera.

Infine, la Casa Bianca ha deciso l’allentamento delle restrizioni commerciali per la vendita dei processori H2O di Nvidia nella Repubblica Popolare, assecondando le richieste del Ceo Jensen Huang, secondo cui escludere la Cina dalle tecnologie Usa favorirebbe soltanto la corsa di Pechino all’inseguimento e al sorpasso sul fronte dell’Ia e dell’hardware abilitante, a scapito di quelle di un’ampia fetta di decisori della sicurezza nazionale: il Financial Times ha riferito che “20 esperti di sicurezza, tra cui Matt Pottinger, vice consigliere per la sicurezza nazionale durante la prima amministrazione Trump, David Feith, che ha prestato servizio presso il Consiglio per la sicurezza nazionale all’inizio di quest’anno, hanno scritto al segretario al commercio Howard Lutnick per esortarlo a non consentire le vendite di H2O alla Cina”.

C’è tutto Trump e c’è tutta la strategia dello stesso Lutnick dietro questo cambio di passo rispetto all’iniziale guerra commerciale serrata: i dazi devono essere uno strumento di pressione, ma la priorità per Washington resta la difesa della prosperità e della sicurezza americane. Prosperità attraverso la sicurezza e sicurezza come presupposto della prosperità implicano che in un confronto con una potenza rivale deve essere realisticamente valutata anche la capacità dell’avversario di far male agli States e ben compartimentata la fase della competizione da quella del confronto, anche muscolare, per definire le linee operative e le zone d’influenza.

Washington intende colpire la Cina ai margini, alle periferie, nel campo della connettività euroasiatica, della difesa dell’Indo-Pacifico, della superiorità tecnologica ma sa che non può cercare con Pechino la sfida diretta, almeno sul piano economico: si terremoterebbero la globalizzazione, i rapporti economici globali, le catene del valore tecnologiche e della Difesa, la stessa prosperità americana.

L’ottimo, per Trump, sarebbe convincere la Cina a un grande accordo duraturo che fissi per Pechino il “prezzo d’ingresso” al mercato Usa e rallenti la tendenza conflittuale di cui si alimenta la rincorsa di Pechino alla primazia economica e tecnologica americana. Presupposto geopolitico di una “Nuova Yalta” di cui molto spesso si parla e che The Donald immagina di poter plasmare definendo da un lato con Xi Jinping e dall’altro con Vladimir Putin le nuove regole del gioco economiche, geopolitiche, strategiche e diplomatiche dell’ordine globale. Uno scenario che impone la ricerca di una forma di dialogo e compromesso. Del resto, la diplomazia è innanzitutto confronto con l’avversario. Un dato molto semplice ma spesso dimenticato degli affari globali che Usa e Cina provano a riscoprire.

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