Le elezioni statunitensi, l’evento elettorale più seguito al mondo, mobilitano un Paese di oltre 300 milioni di abitanti ma, fondamentalmente, hanno il loro epicentro in pochi, decisivi Stati che con i loro voti elettorali sono cruciali nel far pendere la bilancia tra democratici e repubblicani. Oltre alla sempre contesa Florida, i cosiddetti swing states per eccellenza si trovano nel Midwest, attorno ai Grandi Laghi: Ohio, Pensylvania, Winsconsin, Michigan.

Parliamo di Stati di grande tradizione industriale e operaia, da circa due decenni vittime della grande crisi del manifatturiero statunitense, principalmente nel settore auto, che ha distrutto posti di lavoro e opportunità. Stati che sono risultati decisivi nel condurre Donald Trump alla Casa Bianca nel 2016approvando la sua agenda basata su misure protezionistiche, reindustrializzazione e rilancio della middle America provata dalla globalizzazione.

La Rust Belt prima di Trump

Nonostante un aumento di produttività media del 4,2% annuo per tutto il decennio decisivo degli Anni Novanta, nel decennio in cui gli Stati Uniti conobbero la fase di espansione economica aggregata più lunga della loro storia, la regione che per lungo tempo aveva rappresentato la spina dorsale della loro economia manifatturiera, trainata dal settore automobilistico che ne era diventato il punto di riferimento, conobbe una drastica regressione sotto ogni punto di vista.

All’aumento della disoccupazione aggregata al continuo declino dei redditi medi e mediani, infatti, si accompagnarono estesi fenomeni di crescita dei tassi di criminalità, di declino dei tassi di scolarizzazione (principalmente universitaria) e di aumenti incontrollati dei deficit fiscali delle città della Rust Belt. Il terremoto economico si trasformò in valanga sociale con la Grande Recessione. Ne è testimonianza la contrazione demografica della regione: dal 1970 nelle aree urbane di Cleveland, Detroit, Buffalo e Pittsburgh è stata pari al 45%, mentre il declino del reddito mediano reale è stato pari al 30% a Cleveland e Detroit, del 20% a Buffalo e del 10% a Pittsburgh.

La vittoria di Trump nel 2016

L’urto subito dalla Rust Belt, le cui conseguenze hanno iniziato a manifestarsi pienamente proprio a partire dagli Anni Novanta, ha nel lungo termine contribuito a produrre un vero e proprio sconvolgimento dei tradizionali assetti di potere tipici degli Stati Uniti. Nelle elezioni presidenziali statunitensi del novembre 2016, il voto degli Stati della Rust Belt si è rivelato infatti decisivo nel determinare la vittoria di Donald Trump, che ha sconfitto nel collegio elettorale Hillary Clinton, nonostante quest’ultima abbia conquistato a livello nazionale quasi 3 milioni di suffragi in più rispetto al tycoon newyorkese. Winsconsin, Michigan, e Pennsylvania sono stati infatti conquistati da Trump con un margine complessivo di soli 88mila voti, che hanno garantito al candidato repubblicano 46 Grandi Elettori rivelatisi decisivi per il successo della sua campagna presidenziale.

Lucio Caracciolo, nell’editoriale di apertura al numero di novembre 2016 di Limes, ha sottolineato il ruolo giocato dagli “sconfitti della globalizzazione” nel determinare il successo apparentemente impronosticabile di Trump. Egli ha infatti scritto che “[tra i lavoratori e i disoccupati della Rust Belt] il senso di espropriazione da globalizzazione è eccitato […] dal senso di appartenenza alla massa dei forgotten men, i “dimenticati” su cui già Franklin Delano Roosevelt volle far leva nel decennio della Grande Depressione”. La roccaforte elettorale del miliardario newyorkese si è dunque costituita in quello che era il cuore del tessuto produttivo statunitense, il cui battito si era fatto sempre più flebile negli anni precedenti.

A quasi quattro anni di distanza bisogna dunque chiedersi: come Trump ha risposto alle aspettative della base operaia della Rust Belt? Il sostegno ottenuto nel 2016 sarà decisivo anche nel 2020?

Trump alla prova delle basi del trumpismo

Trump ha sempre fatto dell’agenda economica la priorità nei suoi tre anni alla Casa Bianca, festeggiando i record nell’occupazione, nella crescita del Pil e nella dilatazione dei listini borsistici legati, principalmente, alla maxi-riforma fiscale del 2017. A livello manifatturiero, l’incremento è stato più moderato. La manifattura, nel 2019, ha aggiunto mediamente 8mila posti di lavoro al mese all’economia Usa, le costruzioni circa 21.000.

Gli Stati industriali soffrono per la mancanza di investimenti in infrastrutture, fondamentali per un ritorno degli impianti. E questo contribuisce a un trend altalenante. Il Financial Times ha poi recentemente segnalato come la questione che l’America deve gestire è la crisi mondiale del prezzo dell’acciaio, legato non solo alla guerra commerciale con la Cina ma anche al dilagare di fenomeni di sovraproduzione di cui si è sentito parlare di recente in Italia relativamente al caso Ilva.

In questo senso, le letture possono essere di due diversi tipi. Si può, come Peter Navarro, US Trade Representative del presidente, essere a favore dei dazi in quanto fonte di isolamento di Washington dal contesto globale e da un mercato dell’acciaio reso rigido da Pechino e, di conseguenza, opportunità per investimenti interni altrimenti sconvenienti (al recente World Trade Symposium di New York Navarro ha ricordato i miliardi spesi nel rinnovamento degli impianti). Oppure, in un’ottica di più breve periodo, concentrarsi sul dato occupazionale duro e puro, tutt’altro che esaltante.

La realtà delle cose è che Trump ha creato una condizione di vantaggio riportando il tema della Rust Belt al centro del dibattito pubblico e collegandolo al resto della sua agenda politica. Come ha recentemente ricordato l’analista Stefano Graziosi “non solo Trump ha costantemente ribadito la difesa dell’industria tradizionale americana ma la sua stessa linea dura in materia di immigrazione clandestina è apprezzata dalle parti della Rust Belt, proprio perché viene letta in termini di tutela contro il ribasso salariale. Infine, la maggior parte degli attuali candidati alla nomination democratica sta riscontrando problemi proprio nel rivolgersi al voto operaio”. Joe Biden e Elizabeth Warren appaiono troppo distanti da questa base, mentre l’unico concorrente capace di rivaleggiare con Trump, Bernie Sanders, appare in seconda fila nella corsa alla nomination.

Trump dunque mantiene un vantaggio narrativo assoluto unito a un primato politico-economico relativo: i successi dell’economia Usa spingono la Rust Belt a pensare che presto possa nuovamente scoccare la sua ora. Trump dovrebbe, per incassare il sostegno dell’area, riprendere il discorso del grande progetto di riforma infrastrutturale che appare ora più che mai vitale realizzare per dare sbocchi alla produzione industriale della regione. Riforma difficile in campagna elettorale ma che potrebbe risultare l’asso nella manica per il 2020. Specie se la presidenza dovesse confrontarsi col rischio di una nuova crisi economica in cui proprio la Rust Belt si troverebbe a pagare duramente dazio.

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